C’è una storia che in questi giorni sta facendo il giro del mondo, e ve la racconto come si racconta un giallo, perché di giallo ha tutti i crismi. Il New York Times, uno dei quotidiani più autorevoli del pianeta, sostiene che l’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad sia stato per anni l’uomo scelto da Israele per guidare l’Iran dopo un cambio di regime. Non un dettaglio da poco, considerando che stiamo parlando dell’uomo che per un ventennio è stato il bersaglio preferito della propaganda israeliana: negazionista dell’Olocausto, artefice del programma nucleare iraniano, quello che diceva che Israele andava cancellato dalle mappe. Ebbene, secondo la firma a quattro mani di Mazzetti, Barnes, Fassi e Bergman, pubblicata il 20 maggio scorso e poi ripresa e ampliata 55 giorni dopo, proprio lui sarebbe stato l’asset su cui il Mossad aveva scommesso.
La ricostruzione è quasi cinematografica: incontri riservati a Budapest, camuffati da convegni scientifici sul clima, un faccia a faccia nel 2024 con il capo del Mossad Barnea, spese di trasporto e alloggio coperte da Israele. Poi, durante i bombardamenti israelo-statunitensi, un’auto nera che sfreccia per Teheran con a bordo uomini del Mossad, pronti a portare Ahmadinejad in un rifugio sicuro in attesa di insediarlo come nuovo leader. Il piano, dicono le fonti del Times, sarebbe poi evaporato in circostanze mai chiarite. Il nome in codice, quasi ironico visto come è andata a finire, era Operazione Gatto con gli Stivali.
Il flop raccontato da Haaretz
Qui la vicenda si complica, e non poco. Il 13 luglio è Haaretz, testata progressista israeliana tutt’altro che tenera con Netanyahu, a pubblicare un’inchiesta basata su oltre trenta fonti tra vertici politici, militari e diplomatici. E il quadro che emerge non è quello di un’operazione segreta condotta con freddezza chirurgica, ma di un azzardo che l’intero establishment della sicurezza israeliana considerava una follia. Il generale Binder, capo dell’intelligence militare, giudicava bassissima la probabilità di un crollo del regime. Il generale Mizrahi Rosen aveva messo tutto per iscritto in un documento contrario. Il consigliere per la sicurezza nazionale Hanegbi aveva semplicemente smesso di presentarsi alle riunioni, liquidando i piani come fantascienza. L’unico convinto, l’unico che ci credeva davvero, era Netanyahu, che ogni venerdì mattina riuniva il suo gabinetto ristretto senza mai portare la questione a un voto, aggirando così la sottocommissione della Knesset per l’intelligence.
Anche a Washington l’entusiasmo era pressoché nullo. L’11 febbraio, allo Studio Ovale, Trump sembra convinto dopo un colloquio di appena due minuti con Netanyahu e Barnea in videoconferenza. Ma il giorno dopo, riuniti i consiglieri, l’aria cambia radicalmente: il vicepresidente Vance si dice scettico, il segretario di Stato Rubio, che pure è un falco, liquida il piano come una sciocchezza, il direttore della CIA Ratcliffe lo definisce apertamente una farsa. Trump chiude la partita: il cambio di regime, se doveva avvenire, sarebbe stato un problema degli israeliani. Tre giorni prima dell’ora zero, il capo di Stato maggiore Zamir scopre che il successo dell’intera operazione dipendeva dall’assassinio della guida suprema Khamenei. La conclusione di Haaretz è amara e, diciamolo, anche un po’ beffarda: l’operazione Gatto con gli Stivali è stata fin dall’inizio un gatto nel sacco.
Il 14 luglio l’ufficio di Ahmadinejad ha diffuso una smentita durissima, definendo il New York Times uno “spargitore seriale di menzogne” e precisando che l’ex presidente non è affatto agli arresti domiciliari, essendo stato visto anche ai funerali di Khamenei. È un dettaglio che vale la pena isolare, perché mentre l’esistenza di un complotto resta materia di fonti anonime e quindi difficile da verificare, la questione degli arresti domiciliari è invece un fatto controllabile, e su questo punto il Times rischia grosso. Anche Alberto Negri, che ha conosciuto personalmente Ahmadinejad, ha ridimensionato la portata della vicenda: un uomo senza più seguito né prestigio reale, tanto poco temuto dal regime da essere stato lasciato libero di partecipare ai funerali del leader supremo. Al massimo, scrive Negri, gli israeliani lo hanno coinvolto in un golpe fantasioso che oggi serve soprattutto a coprire il fallimento di Netanyahu davanti a Trump.
Una costante che viene da lontano
Se allarghiamo lo sguardo, la vicenda Ahmadinejad si inserisce in un disegno che il giornalista Davide Malacaria, su Piccole Note, ha ricostruito con precisione chirurgica. Nel 2009, dopo la rielezione contestata di Ahmadinejad e la repressione nel sangue delle proteste, il capo del Mossad dell’epoca, Meir Dagan, convocato alla Knesset, minimizzò i brogli dichiarandosi soddisfatto della vittoria sul moderato Mousavi: se avesse vinto lui, disse testualmente, sarebbe stato più difficile per Israele spiegare la propria posizione al mondo. È la stessa logica che si ritrova, anni dopo, nell’eliminazione di Ismail Haniyeh a Gaza, proprio quando un accordo con Hamas sembrava a portata di mano, e nell’assassinio di Ali Larijani in Iran, mentre il presidente del parlamento Ghalibaf si salvava per un soffio con un atterraggio di emergenza. Un funzionario americano ha confidato al Washington Post che il vero punto di svolta non fu l’uccisione della guida suprema, ma proprio quella di Larijani: gli Stati Uniti cercavano un interlocutore iraniano con cui trattare, e all’improvviso non ce n’era più uno. Eliminare sistematicamente i moderati per lasciare spazio alle figure più intransigenti, da brandire poi come minaccia esistenziale: non è una teoria, è un filo che attraversa un decennio di storia mediorientale.
A completare il quadro c’è il documentario dei Bibi Files, rilanciato di recente da Tucker Carlson e basato su oltre mille ore di interrogatori inediti a Netanyahu, alla moglie Sara e al figlio Yair. Un materiale che lo stesso premier israeliano ha cercato di bloccare nei tribunali. Tra le rivelazioni più pesanti, quella secondo cui Netanyahu avrebbe tollerato, se non facilitato, l’ingresso di decine di milioni di dollari dal Qatar verso Hamas, fino a 35 milioni al mese, spesso trasportati in valigie di contanti, con l’obiettivo dichiarato di tenere Gaza divisa e impedire un fronte palestinese unito. Un dettaglio che vale la pena tenere a mente ogni volta che si sente ripetere che l’Iran è l’unico sponsor del terrorismo nella regione.
Resta, a questo punto, un solo vero interrogativo, ed è quello che riguarda l’affidabilità del New York Times. O il quotidiano non è stato in grado di sottoporre a una verifica minima il materiale ricevuto dagli apparati di intelligence, trasformando per incapacità una voce di corridoio in una notizia globale, oppure sapeva perfettamente cosa stava facendo, e allora ha prestato consapevolmente la propria autorevolezza a un’operazione psicologica ancora in corso. In entrambi i casi, il giudizio non cambia: inaffidabilità.











