Minuto ‘64.
In molti avranno già dimenticato quello che succede quando la videocamera si posa su di lui: l’attenzione si sposta dal rettangolo verde a Gianni Infantino e l’audio è tutto un programma.
Politico, più che calcistico. Ma la pioggia di fischi che il pubblico gli rivolge – e a cui risponde con un sorriso che qualcuno interpreta beffardo – non è liquidabile solamente con il sodalizio che lo ha legato a doppio filo a Donald Trump.
Perché è vero: il caso Balogun ha macchiato come raramente succede la reputazione dell’organismo massimo del calcio che lui dirige. E che a dir la verità da diversi anni raccoglie fischi e contestazioni, ben prima degli stadi in Qatar costati vittime, più che denaro (le stime più citate parlano di circa 400-500 morti direttamente legate alla costruzione degli impianti sportivi) e che, per la cronaca, vengono lasciati a marcire.
Messa da parte anche l’opzione del pungiball tipico da subire per chi prende le grandi decisioni, resta però una considerazione che prescinde addirittura dallo scandalo Balogun e dai morti in Qatar per stadi lasciati allo sfacelo: l’aver relegato il calcio a un portafoglio da spremere fino all’ultimo “hydratation break”.
Bando agli equivoci: il profitto è alla base di tutto, ma non deve essere il fine di tutto. Non dobbiamo ricordarci a ogni filtrante che quello serve a generare un indotto, più che a offrire uno spettacolo alla portata di tutti, né bisogna avere consiglieri esperti per sapere che due pause da tre minuti verranno viste come un’inferenza a spese del pubblico, più che a beneficio dei calciatori.
Ecco perché l’operazione antipatia non è liquidabile solo con l’amicizia con Trump o con un semplice scandalo di commistione politica. Gianni Infantino ha reso il profitto il fine del calcio, anziché rendere il calcio il fine del profitto, e questo il pubblico non lo dimenticherà mai.
Alessio De Paolis, 15 luglio 2025











