“Vado in carcere a testa alta”, così ha dichiarato Mario Roggero dopo la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione, arrivata ieri dalla Cassazione, per aver ucciso due dei rapinatori che avevano fatto irruzione nella sua gioielleria di Grinzane Cavour, nel Cuneese. Il terzo componente della banda rimase gravemente ferito. La sentenza è ineccepibile: la legge è stata applicata correttamente, in tre gradi di giudizio, senza sconti. Su questo non c’è discussione possibile.

Ma è proprio qui che nasce il vero punto interrogativo che riguarda noi, non lui. Un uomo per bene (settantadue anni, una gioielleria di famiglia, nessun precedente) è arrivato a diventare, agli occhi della legge, un assassino. Il diritto ha funzionato a dovere. A cedere è stato qualcos’altro, molto prima del colpo di pistola: quella soglia minima oltre la quale un cittadino non dovrebbe mai trovarsi a decidere, senza nessuno accanto, se affidarsi alla paura o alla legge. È su questo cedimento che vale la pena fermarsi, non sul destino giudiziario di un singolo uomo.

Il nodo legale: attualità e inevitabilità del pericolo

Nel 2019 la legge sulla legittima difesa è stata allargata, resa più favorevole per chi reagisce in casa, in negozio o sul luogo di lavoro. Ma un principio non è mai cambiato: il pericolo deve essere concreto e attuale. È su questo punto che si è chiusa la vicenda giudiziaria di Roggero. I rapinatori, secondo la ricostruzione confermata in tre gradi di giudizio, avevano già svuotato la cassaforte e si stavano dirigendo verso l’auto per fuggire quando Roggero ha aperto il fuoco. I giudici d’appello lo hanno scritto senza mezzi termini: “l’azione aggressiva era totalmente conclusa”. Il diritto, in questo caso, ha fatto esattamente ciò che doveva fare.

Un caso, tre destini diversi: il vero problema è culturale

Ed è qui che il ragionamento si sposta dal giuridico al culturale. Nel 2015 il benzinaio Graziano Stacchio sparò contro alcuni rapinatori durante l’assalto a una gioielleria, uccidendone uno: la Procura chiese e ottenne l’archiviazione. Nel 2018 Fredy Pacini uccise un ladro entrato nella sua officina dopo l’ennesimo furto subito: anche qui archiviazione. Di segno opposto il caso del macellaio calabrese Francesco Putortì, condannato a 15 anni e mezzo per aver ucciso un ladro in casa propria. Tre uomini, tre reazioni nate dalla stessa paura, tre epiloghi diversi, decisi da dettagli – pochi secondi, un metro di distanza, un’auto già in moto – che nessuno dei tre poteva calcolare nel momento in cui ha agito.

Questa mobilità non è solo un tecnicismo giuridico, rappresenta sintomo di una società che non ha più un patto chiaro con i suoi cittadini su cosa aspettarsi quando la paura prende il sopravvento. È un problema più profondo di una ‘semplice’ norma, è un problema radicato in una cultura che non riesce più a proteggere davvero chi subisce, e che poi giudica (a freddo, mesi dopo) chi si è trovato solo, in un istante, senza nessuno a cui affidarsi se non a se stesso.

La beffa del tempismo

Analizziamo un dettaglio che racconta bene questo scollamento. Proprio alla vigilia della sentenza definitiva, il governo ha varato nel nuovo decreto sicurezza una norma già ribattezzata “salva Roggero”: chi è vittima di una rapina o di un’aggressione e reagisce in eccesso di legittima difesa non sarà più tenuto a risarcire l’autore del reato. È l’ennesima riforma che arriva dopo il fatto, mai prima. Roggero dovrà comunque versare centinaia di migliaia di euro alle famiglie dei rapinatori uccisi – mentre lo Stato, con anni di ritardo, riconosce che qualcosa in quel meccanismo andava corretto.

Il caso è diventato, inevitabilmente, terreno di scontro politico: richieste di grazia, sit-in di sostegno, ma anche chi ricorda le parole della pubblica accusa nel processo di primo grado, secondo cui nei video del delitto non si è vista una difesa, ma “un’esecuzione”. Sono le due facce della stessa incapacità collettiva di affrontare la domanda di fondo senza schierarsi per una parte o per l’altra.

Dov’è la vera giustizia?

La sentenza ha rispettato la legge. Ma la dinamica complessiva racconta altro: la paura accumulata da un uomo che temeva già per la propria vita, sua moglie e sua figlia minacciate poco prima con un’arma che, in quel momento, lui non poteva sapere fosse finta. Nessuna legge può normare la paura. Può solo giudicarne le conseguenze.

Quello che dovremmo chiederci non è se Roggero sia colpevole o innocente: giuridicamente lo è stato, punto. Il quesito è cosa abbiamo permesso che accadesse, come società, prima che lui si trovasse solo in quel parcheggio con una pistola in mano. Dov’è la vera giustizia? Forse non nell’aula del tribunale, ma nel momento (molto prima) in cui abbiamo smesso di chiedercelo.