Dice Adorno che dopo gli uomini e il mercato, il capitale tende sempre ad andare all’assalto di scienza e letteratura tramutandole in merce. È curioso che in una logica del genere sia incappata la segretaria di un partito che oggi diremmo “a sinistra”.

Per Elly Schlein, segretaria del PD, la sinistra deve “riappropriarsi” del baglio culturale tolkieniano, come se Il Signore degli Anelli fosse un programma elettorale da proporre a un elettore.

Due cose vanno capite per comprendere quanto quest’uscita – fatta senza grande trasporto – nasconda il vero motivo per cui Tolkien tenga ancora sotto scacco l’attuale classe dirigente.

Intanto, il significato latente di “riappropriarsi”, che indica l’appartenenza a qualcun altro di quel contenuto; un possesso precedente. E no, non cadiamo dal pero se diciamo che la destra mai ha nascosto la sua fascinazione per Il Signore degli Anelli in particolare: fin dal secondo Novecento i giovani militanti del MSI facevano della Terra di Mezzo l’oggetto del desiderio da salvare al pari della principessa nell’amor cortese, una rappresentazione di un antico mondo da salvare da un male incombente, ignorando però – anche loro – quello che il Professore ha sempre detto sui parallelismi e l’allegoria: “la disprezzo cordialmente in tutte le sue manifestazioni”.

Il sospetto vero è che dietro l’esigenza di ingabbiare Tolkien dietro le sbarre della propria ideologia, ci sia in realtà un malcelato senso estetico di quello che l’universo tolkieniano (tralasciando il Silmarillion e Lo Hobbit) rappresenta oggi: Il Signore degli Anelli è figo. Fa tanto cultura, filosofia, Instagram. Possiamo quasi sentircene parte mentre fotografiamo le Cliffs of Mother nel nostro viaggio in Irlanda e sfoggiarne i Funko Pop. Va da sé che non può essere qualcosa che tradizionalmente detiene il nostro “avversario politico”.

È un’analisi banale perché banali sono i pensieri di chi parla di “appropriazione” di Tolkien, che per inciso è un filologo e cattolico devoto con un certo senso di disprezzo verso le ideologie totalizzanti.

Lui stesso scrisse a suo figlio Christopher, in una lettera del 1943: “Non mi piacciono i racconti di massa, né i racconti ‘alti’”.

Non voleva che i suoi elfi, nani e hobbit venissero letti come simboli di classi sociali o lotte di potere: Frodo non è un proletario ribelle, né Sauron un capitalista vorace. L’anello del potere, che corrompe chiunque lo tocchi, è un monito universale contro la hybris del dominio, non un pamflet contro il capitalismo o il comunismo. Confondere questo per politica di parte significa ignorare la profondità mitopoietica dell’autore, che mirava a creare un mondo secondario, capace di evocare verità eterne che poco hanno a che vedere con “Make America Great Again” o “Yes, we can”.

La destra ha provato a rivendicarne l’eredità, vedendo nella Contea un’utopia rurale e conservatrice, o in Aragorn un re legittimo contro l’usurpatore. La sinistra, ora, ribatte con l’idea di un Tolkien “progressista”, strizzando l’occhio a temi ecologisti come la deforestazione di Isengard. Entrambe le letture sono forzate: Tolkien era un uomo del suo tempo, critico verso la modernità industriale – “Queste piogge dannate, questi clacson e questo frastuono!”, lamentava in una poesia – ma anche verso ogni utopia collettiva. La sua Terra di Mezzo è un’epica individuale, dove il coraggio di Samwise Gamgee, “un piccolo hobbit di campagna”, trionfa non per ideologia, ma per lealtà e umiltà.

Il bene vince non per la forza dell’uomo e neanche per le sue intenzioni, ma per quello che in tutta la seconda opera del Professore è invisibile ad Aragorn e Frodo.

Quando Gandalf spiega la distruzione dell’Anello, dice che “Altre volontà sono in gioco”: non è solo la gelosia di Gollum a completare la missione, ma anche il merito di Frodo, che lo risparmia in un atto di misericordia.

L’hobbit fallisce sul Monte Fato nonostante sia armato delle migliori intenzioni, il bene vince per l’ossessione di Gollum, l’essere più basso della Terra di Mezzo. Qui Tolkien rivela una visione del mondo intrisa di grazia divina e contingenza umana, dove il destino si intreccia con il libero arbitrio in modi imprevedibili. È una complessità quasi teologica, che sfugge alle semplificazioni politiche: né destrasinistra possono rivendicarne il monopolio o corromperne l’eredità.

E non è un caso se il male in Tolkien non è astuziaforza, né ingannoambizione. Lo si vede bene nella spiegazione di cosa sono gli orchi e da dove derivino: “Melkor originò l’orrenda razza degli Orchi a invidia e scherno degli Elfi, dei quali in seguito furono i più accaniti avversari.”

Non è casuale che il male, in Tolkien, sia corrompere qualcosa che già esiste.

Alessio De Paolis