Malesani demolisce il calcio italiano: “Diamo la laurea a chi non ha fatto neanche le elementari!”

Uno degli allenatori più originali e controcorrente della storia del calcio italiano. Alberto Malesani, artefice del miracolo Parma di fine anni Novanta — coronato con la vittoria della Coppa UEFA nel 1999 contro il Marsiglia — è stato ospite di Radio Radio Mattino Sport e News, dove ha parlato senza peli sulla lingua dei mali del calcio italiano, del suo addio alla panchina e dei grandi campioni che ha allenato.

Personaggio scomodo, spesso frainteso, capace di esultare in campo come un tifoso e di rifiutare rinnovi contrattuali pur di non scendere a compromessi: Malesani è sempre stato se stesso, nel bene e nel male. Oggi, a distanza di anni dall’ultima esperienza in panchina, non ha perso né la lucidità nell’analisi né la passione per un calcio che, a suo avviso, l’Italia sta lentamente distruggendo.

Malesani: “Ecco qual è il male del calcio italiano”

Qual è il problema principale del calcio italiano secondo lei?

“Il calcio è stato abbandonato dai giovani. Non c’è più feeling col calcio, bisogna riprenderlo dalle scuole, fare un programma particolare. Altrimenti ci lecchiamo le ferite ma nessuno fa qualcosa: tutti sono soloni, tutti dicono ‘ha sbagliato questo’, ma non trovano mai le soluzioni. Sento tante cose che a volte me ne sto zitto, perché sono fuori da questo mondo, che sono davvero assurde. Manca l’approfondimento. Ecco una metafora: nel calcio attuale si saltano le elementari, si saltano le medie, le superiori, e si va direttamente all’università. Manca la base. La Francia non a caso ha vinto tutti questi Mondiali e sforna campioni, perché ha lavorato sodo sulle scuole e sui centri federali. Cose che in Italia non facciamo, perché noi siamo superiori ovviamente…”.

Malesani, perché ha deciso di lasciare il calcio così presto?

“Sono uscito perché era arrivato il momento di uscire. Quando lo senti dentro, sai che è il momento. L’ho fatto abbastanza giovane, verso i 60, 61 anni, e sono tanti anni ormai. In realtà era anche un brutto periodo per me. Se vuoi fare calcio in una certa maniera, devi esserci, devi essere presente, concentrato con la testa e tutto. Io, in quel momento, probabilmente non ero concentrato, ero un po’ così, le cose non andavano bene, mi ero demoralizzato. E quindi ho scelto la strada del ritiro”.

“Stimo Italiano e De Zerbi”

Quale allenatore italiano moderno le piace di più?

“Ce ne sono parecchi che mi piacciono, non solo uno. Penso a Vincenzo Italiano, Roberto De Zerbi… Tutti i giovani allenatori italiani sono bravi, secondo me. Poi sai, la differenza la fa la squadra che alleni, non c’è niente da fare. Per esaltare le doti di un allenatore ci vuole anche la qualità nella rosa. Bisognerebbe metterli tutti alla pari e poi vedere.”

In quella grande squadra del Parma, ricca di campioni stranieri, chi era il suo leader di riferimento?

“I leader non sono mai uno solo in una squadra. Ci sono diversi tipi di leader. Se devo dire quello con cui avevo il feeling di comunicazione più diretto — e non è quello che forse pensate voi — era Boghossian. Era un ragazzo molto intelligente: se avevo un messaggio da mandare alla squadra lo indirizzavo a lui, che poi lo trasmetteva. Poi c’erano i leader di qualità in campo, e quelli che hai nominato erano tutti leader: Fabio Cannavaro, Gigi Buffon. Ma se devo indicare la persona con cui parlavo ogni giorno, uno che mi faceva le domande che raramente fa un calciatore a un allenatore — un compagno che si allena male, aspetti tattici — quello era Lilian Thuram. Era molto rispettato, un ragazzo di grande spessore morale e intellettuale. L’altro, Verón, era uno che dal momento in cui firmava un contratto voleva vincere, voleva vedere tutta la squadra allenarsi al cento per cento ad ogni allenamento.”

Alberto Malesani si racconta: “Non mi hanno mai veramente capito come persona e allenatore”

Pensa di aver pagato il suo modo di essere, considerato fuori dagli schemi?

“Qua bisognerebbe fare una puntata intera solo su questa cosa. Io purtroppo non mi sono mai nemmeno preoccupato di spiegare come ero davvero. Sono stato frainteso. Penso di essere stato — e non lo dico per elogiarmi — un grande professionista. Ho dedicato tutta la mia vita a studiare calcio e ancora adesso lo sto facendo, perché l’aspetto che mi piace di più è quello tattico. Mi chiedono sempre: il tuo problema è stata l’esultanza? Il tuo modo di vestirti, che andavi in campo con la tuta? Poi quelle cose le ho anche un po’ sdoganate, perché adesso tutti saltano per aria quando vincono. Io sapevo quanto lavoro c’era dietro e mi sfogavo come un giocatore, perché mi piaceva. Non facevo niente di grave, secondo me. Però siccome l’immagine a volte è più importante dell’attitudine, venivi bocciato a quei tempi. Adesso non più, naturalmente”.

Come si risolve allora il problema strutturale del calcio italiano?

“Bisogna aprire il calcio a tutti, non solo a chi ha giocato in Nazionale o in Serie A: agli ex calciatori… Il più bravo emerge. Io sono riuscito, grazie a Dio, a sfondare quel muro perché ho vinto qualcosa e me la sono guadagnata sul campo la tessera federale. Tanti non ci riescono, poverini, perché se non gli dai una squadra non possono emergere. Il punto è uno solo: i giovani si sono disinnamorati del calcio. Bisogna riprenderlo nelle scuole, bisogna formare insegnanti di calcio. Se manca il maestro, l’alunno non impara. Il problema è che manca il maestro…”

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