Un giovane su tre non lavora: il dato che fa paura

Da una ricerca effettuata da CNEL, ISTAT, Istituto Tagliacarne, Union Camere, che hanno analizzato la crisi del mercato del lavoro italiano, risulterebbero salari stagnanti e una produttività che non cresce da 30 anni. Nell’aumento dell’occupazione sbandierato nel 2025 si ha un notevole tasso di partecipazione degli ultracinquantenni, mentre si riduce la partecipazione giovanile con un ulteriore incremento degli inattivi, arrivati quasi al 50% della forza lavoro giovanile occupabile.

Cosa vuol dire? Vuol dire che un italiano su due giovane è inattivo, cioè non lavora, non fa nulla, ha rinunciato a cercare lavoro o non ha voglia di lavorare. E nemmeno di studiare. Sono i cosiddetti NEET (not in education, employment, or training).

Stipendi al collasso

I lavoratori italiani poi percepiscono stipendi mediamente inferiori del 12% rispetto alla media dell’Unione Europea. E il paradosso italiano risiede nel fatto che, pur in presenza di manodopera qualificata, le retribuzioni non aumentano per attirare talenti. Questo è quello che risulterebbe da questa ricerca. Io ho delle informazioni diverse, ma io faccio il consulente, vivo sul campo e vedo gli imprenditori che mi dicono delle cose completamente diverse da queste. Ma io vi racconto ciò che dicono le ricerche ufficiali.

I giovani sono più penalizzati, spinti verso l’estero da contratti precari e stipendi d’ingresso troppo bassi per garantire l’autonomia.
Le imprese faticano a innovare, dicono queste ricerche, restando ancorati a modelli produttivi a basso valore aggiunto che non giustificano aumenti salariali. Boh, non so sulla base di che cosa vengono fatte queste affermazioni. Il settore pubblico non compensa il gap con investimenti in formazione ancora insufficienti rispetto ai partner europei. E poi la denatalità che aggrava il quadro.

E per invertire la rotta, ecco che qui si dice occorrono riforme strutturali. Oh, che meraviglia! Fate attenzione che tutte le volte che ascoltate una mia pillola in cui c’è la parola riforme, sapete che dovete trasformarla con fregature per avere l’idea di che cosa vuol dire. Che premino valorizzazione di capitale umano e riducano il cuneo fiscale. Vabbè, parole vuote.

Senza un cambio di paradigma l’Italia rischierebbe di restare ai margini dello sviluppo tecnologico e sociale europeo. E fin qui siamo d’accordo, ma non è un problema dell’Italia, è un problema dell’Unione Europea. O meglio, è un problema dei politici italiani che ci hanno consegnato legati mani e piedi, incatenati e imbavagliati ai burocrati dell’Unione Europea e che, per le loro carriere politiche, in 25-30 anni non hanno mai detto una parola su tutto questo.

Malvezzi Quotidiani – L’Economia Umanistica spiegata bene con Valerio Malvezzi