In vista del referendum costituzionale di marzo, il confronto pubblico sulla riforma della magistratura continua a oscillare tra slogan semplificati e prese di posizione identitarie. In questo spazio scegliamo di fare un’operazione diversa: ascoltare una voce critica nel merito dell’impianto costituzionale, ricostruendone le argomentazioni senza filtri. Il No del prof. Ugo Mattei non nasce da una difesa corporativa della magistratura, ma da una lettura più ampia del rapporto tra potere politico, Costituzione e trasformazioni istituzionali degli ultimi decenni.

La sfiducia verso chi mette mano alla Carta

«Io sono molto scettico dei cambiamenti costituzionali fatti da questo ceto politico», spiega Mattei, rivendicando una fiducia maggiore nell’architettura originaria della Costituzione del 1948 rispetto alle riforme degli ultimi decenni. «Ogni volta che è stata toccata, è stata stravolta». Il riferimento va alle modifiche del Titolo V del 2001, che secondo il giurista hanno trasformato la Corte costituzionale in «un mero guardiano del traffico di competenze fra Stato e Regioni», fino all’introduzione del pareggio di bilancio voluta dal governo Monti, che «rende impossibile una politica redistributiva e sociale». Anche la revisione degli articoli 9 e 41 viene letta come un’operazione ambigua: «Si è inserito un controprincipio che rende il paesaggio bilanciabile, sacrificabile in nome della green economy».

Una riforma senza consenso largo

Il secondo nodo è il metodo. «Le Costituzioni si cambiano con grandi accordi», sottolinea Mattei, ricordando che questa riforma è stata approvata con quattro votazioni parlamentari «senza poter modificare neppure una virgola». Un’impostazione che il professore definisce «un’imposizione del governo», incompatibile con la natura stessa delle riforme costituzionali. «Votare No», chiarisce, significa «salvare quel che resta di un minimo di civiltà costituzionale e di una Costituzione anche sociale».

Il sorteggio che rafforza la politica

Entrando nel merito, Mattei individua il vulnus principale nel nuovo assetto del CSM. «Si creano due organismi di autogoverno e una Corte disciplinare», spiega, ma il problema è il criterio di selezione: «I magistrati vengono sorteggiati fra tutti quelli che potrebbero entrare; la componente laica, invece, viene sorteggiata da una lista predisposta dalla politica». Una differenza che altera l’equilibrio dell’organo. «Non è un vero sorteggio: è un sorteggio tra amici degli amici». Così, secondo Mattei, la politica mantiene un controllo decisivo su un organo che «è costituzionale e quindi inevitabilmente politico – non partitico, ma politico con la P maiuscola».

Più forti con i deboli, più deboli con i forti

L’ultimo punto riguarda l’effetto reale della separazione. «Molti pensano che questa riforma indebolisca i pubblici ministeri», osserva Mattei, «ma in realtà li rafforza». Separando il CSM e sganciando i PM dalla cultura della giurisdizione, si rischia di importare un modello simile a quello statunitense: «Una cultura dei risultati, dove il bravo PM è quello che mette in galera più persone». Il risultato sarebbe una magistratura «sempre più forte coi deboli e sempre più debole coi forti», meno libera e più esposta a condizionamenti politici. Per questo, conclude Mattei, il referendum non rappresenta un progresso, ma «un passo ulteriore nella regressione dell’equilibrio tra i poteri».