Oggi la Commissione Covid ha audito una personalità di spicco nel mondo della scienza: il direttore del National Institutes of Health (NIH) degli Stati Uniti, Jay Bhattacharya. Nell’audizione alla Camera, il professor Bhattacharya ha sostenuto le tesi portate avanti anche nella Great Barrington Declaration, una lettera, firmata da autorevoli scienziati in tutto il mondo, che proponeva una strategia alternativa ai lockdown generalizzati chiamata ‘Focused Protection’: proteggere in modo mirato le persone ad alto rischio (anziani e vulnerabili) mentre si lasciavano aperte scuole, università, attività lavorative e sociali per il resto della popolazione a basso rischio, al fine di ridurre i danni collaterali sulla salute pubblica, sull’economia e sulla società. Proprio su questo si è acceso il dibattito in Commissione Covid tra il direttore del NIH e l’On. Alfonso Colucci (M5S).
Il botta e risposta
“Lei, direttore, non è d’accordo – chiede Colucci durante la seduta – con quanto dichiarato in questa Commissione dal Premio Nobel Parisi? Premio Nobel per il quale senza i lockdown in Italia avremmo avuto 10 volte morti in più nella prima ondata?”
“Io non sono d’accordo. Sono delle stime e si basano su modelli che non erano accurati”, risponde Bhattacharya. “Sono dei modelli che non erano accurati nel prevedere la diffusione della malattia e che hanno sovrastimato l’impatto dei lockdown sulla protezione delle vite umane. E che meccanicamente erano proprio prodotti e progettati per stimare la riduzione della mortalità, che fosse reale o meno”.
“Alcune strategie – continua in seguito il direttore del NIH statunitense – non sono state neanche tentate in alcuni posti perché si partiva dal presupposto che il lockdown avrebbe interrotto la diffusione della malattia, ma non è stato così. La malattia si è diffusa in Svezia, in Italia, negli Stati Uniti, a prescindere che ci fosse lockdown o meno. E il punto è: questi lockdown però hanno causato moltissimi danni collaterali e alla fine non hanno protetto protetto proprio nessuno dall’infezione”.
Colucci vira sull’indice R0, parametro usato per comprendere la contagiosità intrinseca di un patogeno. “In realtà la diminuzione così repentina dell’R0, cioè l’indice di trasmissibilità della malattia, è scientificamente al di sotto del livello 1 e, certo, al di sopra dello 0. Se l’indice R0 scende al di sotto dell’1 vuol dire che l’epidemia è sotto controllo. Allora questa diventa diventa una forma di protezione sanitaria e anche di, diciamo, contrasto al virus, che protegge poi indistintamente tutti. Non solo le persone non fragili, ma anche e soprattutto quelle fragili. Può lasciarci un commento su questo dato che è scientifico e riprovato dalla scienza?“
“Direi che il modello con un unico numero R è un modello ingenuo”, replica il direttore Bhattacharya. “Le popolazioni diverse, le sottopopolazioni diverse che interagiscono tra di loro possono avere un numero R molto diverso rispetto a popolazioni che non interagiscono. Ad esempio, le persone che vivono nei dormitori al college hanno un R elevato solo perché vivono in quei dormitori. Il numero R di per sé non è un numero permanente. Cambia nel tempo, quindi una riduzione nell’R può derivare da tante cose, ad esempio lockdown, il cambio di stagione, e non è una cosa permanente. Quindi quando si ha un R che è al di sotto dell’1, questo poi non significa che la malattia sia sparita“.
“C’è stata poi una seconda ondata, quindi la malattia è tornata in Italia“, continua Bhattacharya. “E quindi l’R è salito sopra l’1 dopo essere sceso al di sotto di esso. Quindi la proposta doveva essere quella di avere un lockdown permanente per tenere l’R sotto l’1? Era quello l’obiettivo? Mantenere l’R sotto l’1? Oppure si trattava di difendere la vita al meglio possibile? Perché sono due obiettivi molto diversi. Se voi dite che l’obiettivo è avere l’R sotto l’1, allora sì, manteniamo i lockdown in modo perenne. La malattia ci sarà, ma non si trasmetterà. Ma poi chiaramente si causeranno dei danni, si avrà una mortalità più elevata, perché l’isolamento è dannoso, perché ci sono le conseguenze economiche che portano ad un peggioramento nella vita umana, compreso un aumento della mortalità“.
“Se si guardano i dati reali, si vede che i lockdown non hanno protetto la vita umana, anche se il numero R in alcuni modelli è sceso al di sotto dell’1. Non è un’evidenza sufficiente per dire che il lockdown è stato un modo efficace per proteggere la vita umana”.










