L’accumulo di armamenti statunitensi attorno all’Iran, le continue missioni diplomatiche israeliane e un clima politico sempre più carico di pressioni incrociate disegnano uno scenario che, secondo Giorgio Bianchi e Giacomo Gabellini, rischia di riproporre schemi già visti. Schemi che hanno prodotto caos, frammentazione e fallimenti strategici in Medio Oriente. E che oggi potrebbero trascinare anche Donald Trump in una dinamica difficile da controllare.
Il precedente che ritorna: Libia e Siria
Giorgio Bianchi osserva come “ci sia un accumulo molto preoccupante di armamentari statunitensi in prossimità dell’Iran”, accompagnato da un attivismo israeliano sempre più evidente. “La lezione della Libia e la lezione della Siria non sono servite a nulla”, avverte, leggendo nella pressione su Teheran il tentativo ricorrente di “percorrere la strada del regime change”. Una strategia che ignora un dato fondamentale: “l’Iran è un paese con un grande orgoglio nazionale, una storia millenaria”. E che apre a un rischio sistemico ulteriore: “il pericolo della chiusura dello Stretto di Hormuz”.
Un vicolo cieco per Washington
Per Giacomo Gabellini, Trump “si è messo sostanzialmente in un vicolo cieco”. La logica della pressione militare, già sperimentata “prima in Venezuela, poi contro l’Iran”, funziona solo contro “strutture amministrative deboli, con molte faglie interne”. Non è il caso iraniano: “l’Iran è un impero, con molte anime, ma con una tendenza a “stringersi attorno alla propria leadership quando è minacciato dall’esterno”. L’opposto di quanto accaduto in Libia, “un costrutto artificiale che si è sgretolato”.
Balcanizzazione e piani mai archiviati
Gabellini richiama apertamente la dottrina del caos controllato: “se non si riesce ad amministrare la situazione in Eurasia, l’idea è sempre stata quella di seminare caos”. Da qui il riferimento ai piani di Bernard Lewis e al piano Yinon, che prevedevano la balcanizzazione del Medio Oriente lungo linee etniche e confessionali. Anche l’Iran, spiega, è stato letto in questa chiave: “un impero con tra i 17 e i 20 milioni di azeri”. “Lo stesso Ayatollah Khamenei è di origine azerbaigiana”, elemento che avrebbe spinto alcuni strateghi statunitensi e israeliani a “ipotizzare l’applicazione di questo schema anche all’Iran”, fomentando proteste dall’esterno. Tentativo però “scontratosi con una tenuta istituzionale superiore al previsto” e con “un supporto inaspettato di Russia e Cina”.
Trump, neocon e guerra interna agli USA
Bianchi nota un mutamento politico evidente: “oggi Trump parla come un neoconservatore”. Le divisioni sul terreno – “la Libia divisa, la Siria spezzata in quattro aree d’influenza” – sono il prodotto di quella stessa visione. Gabellini descrive un presidente costretto a “oscillare continuamente” dentro una frattura interna all’amministrazione statunitense, tra figure marginalizzate e altre rafforzate. In questo quadro, “gli Epstein Files diventano uno strumento di pressione formidabile”, non tanto contro Trump in sé, quanto come leva nello “scontro interno alla classe dirigente statunitense”. Il risultato è un equilibrio instabile, in cui l’Iran rischia di diventare il terreno di un confronto che va ben oltre Teheran.









