Quando l’assist è al bacio, ruba la scena al gol; come quando i preliminari sono talmente intensi da rendere tutto sommato prevedibile l’amore conseguente.
Presente in ogni trama offensiva interista, o quasi, Henrikh Mkhitaryan nel giro di lancetta successivo alla mezz’ora di gioco non vede l’inserimento dí Dimarco sul lato sinistro dell’area genoana: lo sente, come un’ombra tra cespugli di parastinchi; non guarda la palla, la bacia a occhi chiusi: con l’interno destro che non apre la traiettoria ma la chiude affinché lo sguardo dei difensori rossoblu resti ingannato da quel qualcosa che gli spiove alle spalle, come tutto ciò che si capisce troppo tardi, che si tratti di un istante o di un secolo. Guardate lo scarpino destro che resta sollevato con la punta verso il basso, come a rivendicare quella mezzaluna col minimo di curvatura sufficiente a spalancare la scena alla firma del compagno; come un ballerino del Bol’šoj quando ferma il tempo nella plasticità dell’atto.
Trentasette anni di classe e un’intensità profusa ancora oggi in modo intelligente, alternando gli strappi decisivi a delle pause durante le quali guida i compagni con l’esempio di una corsa strategica: l’intelligenza calcistica non si regala e non si vende, nemmeno si tramanda, ecco perché Mkhitaryan ci ricorda che la nostra Serie A è un po’ come una protratta e diluita notte di Natale: certi regali te li fanno solo i nonni.
Paolo Marcacci










