Italia svenduta? Ecco il vero prezzo delle imprese cedute oltreconfine | Con Antonio Maria Rinaldi

Negli ultimi dodici mesi 429 imprese italiane sono passate sotto controllo straniero. Un dato che riapre il dibattito sullo stato di salute del sistema produttivo nazionale e sulla capacità del Paese di difendere il proprio patrimonio industriale.

Dopo la crisi finanziaria del 2008, la produzione industriale italiana ha registrato un forte calo senza riuscire a recuperare pienamente i livelli precedenti, a differenza di altri Paesi europei. Tra le cause possiamo individuare l’alto costo dell’energia, l’incertezza normativa, la discontinuità degli incentivi pubblici, le difficoltà di accesso al credito e la scarsa capitalizzazione di molte imprese.
Molte aziende, soprattutto piccole e medie, si trovano in condizioni finanziarie tali da rendere difficile la competizione internazionale. In questo scenario, l’acquisizione da parte di gruppi esteri diventa spesso l’unica via percorribile.
Ma a quale prezzo? Ne abbiamo parlato in diretta con il Prof. Antonio Maria Rinaldi.

Aziende cedute e rischio delocalizzazioni

Il problema non è tanto la nazionalità degli acquirenti, quanto il destino delle aziende cedute. Se produzione e occupazione restano in Italia, l’operazione può rappresentare un rilancio. Ma quando il marchio viene acquisito solo per sfruttarne il prestigio, con successiva delocalizzazione, il rischio è la perdita di posti di lavoro, competenze e valore aggiunto per il Paese.

La progressiva cessione di asset industriali strategici solleva quindi interrogativi sul futuro del Made in Italy e sulla tenuta del tessuto produttivo nazionale nel medio-lungo periodo.

Accanto al tema industriale emerge quello dei pagamenti elettronici, dominati da grandi circuiti internazionali come Visa, Mastercard e American Express. In un’inchiesta pubblicata sul Corriere della Sera, la giornalista Milena Gabanelli ha evidenziato come il controllo delle infrastrutture finanziarie possa trasformarsi, in casi estremi, in uno strumento di pressione, attraverso il blocco di conti e carte di credito nei confronti di soggetti colpiti da sanzioni internazionali.

Oltre all’aspetto geopolitico, vi è quello legato alla gestione dei dati: ogni transazione elettronica genera informazioni sulle abitudini di consumo, utilizzate per attività di profilazione commerciale. Il nodo centrale non è la tecnologia in sé ma il suo utilizzo e il livello di controllo esercitato da chi la gestisce.

Il prezzo da pagare

Il filo conduttore delle due questioni (acquisizioni straniere e pagamenti digitali) è il tema della sovranità economica. Da un lato, la progressiva cessione di asset industriali strategici; dall’altro, la dipendenza da infrastrutture finanziarie globali. In un contesto internazionale sempre più instabile, il dibattito si concentra sulla necessità di rafforzare l’autonomia produttiva, finanziaria e digitale del Paese, per tutelare imprese, lavoratori e risparmiatori.

Un confronto che, al di là delle posizioni politiche, tocca direttamente il rapporto tra innovazione, libertà economica e democrazia.