Gli Stati Uniti d’America di Trump sono tornati a colpire. Questa volta il bersaglio è il Venezuela, colpito duramente da un’operazione militare che ha avuto come obiettivo principale la capitale Caracas. Secondo quanto riportato da diverse fonti informative, il presidente Nicolás Maduro e sua moglie sarebbero stati catturati e destinati a essere giudicati da un tribunale sotto l’egida di Washington.
Un paradosso storico e politico difficilmente ignorabile: gli Stati Uniti, responsabili di una lunga scia di interventi armati e crimini di guerra — dalle bombe atomiche al bombardamento sistematico di Paesi sovrani — si ergono ancora una volta a giudici del mondo, anziché imputati.
Il doppio standard dell’Occidente
Con l’attacco al Venezuela cade definitivamente la retorica secondo cui l’aggredito ha sempre ragione e l’aggressore ha sempre torto. Questo principio vale solo quando a colpire non è la civiltà del dollaro. Le cosiddette guerre democratiche e operazioni umanitarie dell’Occidente vengono infatti presentate come moralmente legittime per definizione, mentre ogni forma di resistenza è automaticamente bollata come criminale.
La giustificazione ufficiale dell’intervento parla di lotta al narcotraffico, al contrabbando e alla droga. Ma dietro questa narrazione si nascondono motivazioni ben più concrete e ricorrenti.
Petrolio e sovranità: le vere ragioni dell’attacco
Il Venezuela è uno dei Paesi più ricchi di petrolio al mondo. Un dato che, nella storia recente, ha spesso rappresentato una condanna più che una fortuna. Ma non è solo una questione di risorse energetiche. Nicolás Maduro, nel solco della rivoluzione bolivariana di Hugo Chávez, ha portato avanti una linea di sovranità nazionale, socialismo e resistenza all’imperialismo neoliberale.
Una posizione incompatibile con l’ordine globale dominato dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Ed è proprio per questo che il Venezuela è diventato un obiettivo prioritario.
Il mito di Trump “pacifista” e la propaganda permanente
L’intervento smentisce anche la narrazione, spesso ripetuta, secondo cui Donald Trump non avrebbe fatto guerre. Una favola utile soprattutto a chi, pur dichiarandosi critico, resta subalterno all’imperialismo americano.
Il copione, del resto, è sempre lo stesso. Il leader scomodo viene dipinto come dittatore, spesso accostato a Hitler, secondo la classica reductio ad Hitlerum teorizzata dal filosofo Leo Strauss. A quel punto, le bombe diventano “liberazione” e i missili si trasformano in strumenti di democrazia.
Media allineati e demonizzazione del nemico
I media occidentali — o, come qualcuno li definisce, uccidentali — hanno immediatamente sposato la versione statunitense, demonizzando Maduro e presentandolo come un tiranno da rovesciare, processare e, se necessario, eliminare, come già accaduto a Gheddafi o Saddam Hussein.
Una dimostrazione ulteriore della crisi di credibilità dell’informazione occidentale, sempre più allineata agli interessi geopolitici di Washington.
Il rischio di un’escalation globale
Dopo il Venezuela, il prossimo obiettivo potrebbe essere l’Iran, altro Paese che resiste all’egemonia della globalizzazione neoliberale sotto cupola atlantista. In questo scenario, cresce l’attesa per una possibile reazione di Cina, Russia e dei Paesi BRICS, chiamati a difendere un equilibrio internazionale sempre più fragile.
Nel frattempo, i sostenitori del pensiero unico continuano a indicare come nemici la Russia, la Cina, l’Iran e il Venezuela, evitando accuratamente di nominare il vero protagonista di questo sistema di conflitti: l’imperialismo americano, motore di un turbocapitalismo senza confini.
L’Occidente e il regno della propaganda
La domanda resta aperta: gli stessi che invocano armi e sanzioni in altri contesti chiederanno ora di armare il Venezuela per difendersi? Difficile crederlo. Siamo ormai nel regno della propaganda permanente, dove i principi cambiano a seconda di chi bombarda e di chi viene bombardato.
Questo è l’Occidente di oggi. O, per dirla senza eufemismi, l’Uccidente.










