Paolo Crepet su violenza e femminicidi: “I segnali ci sono, ma li ignoriamo tutti!”

Quali sono i segnali precoci che dovrebbero allarmare genitori e insegnanti prima che la violenza esploda? È una domanda che arriva da Verona e che diventa il punto di partenza di una riflessione ampia e dura del professor Paolo Crepet sul tema della violenza giovanile, dell’autolesionismo e dei femminicidi.

Precauzioni

Per lo psichiatra, il problema è già evidente quando un genitore deve essere avvertito del fatto che il figlio esce armato: “Se devo dire a una mamma o a un papà che il figlio esce con un coltello, allora non so cosa dobbiamo fare, dobbiamo avere paura della città?”.

La riflessione si allarga poi a una forma di violenza meno visibile ma altrettanto drammatica: quella contro se stessi: “Ci accorgiamo di qualcosa prima che una ragazza si impicchi a un albero in un boschetto a poche centinaia di metri da un centro abitato?”, si chiede, denunciando l’incapacità collettiva di riconoscere segnali di disagio profondi.

Il dibattito si sposta poi sul tema dei femminicidi. Un ascoltatore chiede perché siano spesso le donne a interrompere le relazioni e se questo non generi nell’uomo una frustrazione tale da sfociare nella violenza. Crepet definisce la domanda “un pò strana” e ricorda che il diritto al divorzio vale per uomini e donne: “Se l’amore finisce, finisce”. Attribuire una colpa a una donna che lascia un uomo violento, che beve o che teme come padre dei propri figli, è per lui inaccettabile: “Una democrazia dovrebbe aiutare quella donna a fare ciò che crede”.

Ma il problema, sottolinea, non è riducibile a una contrapposizione tra uomini e donne. “Dietro a un assassino maschio c’è sempre anche un’altra donna: la mamma dell’assassino”. Un tema delicato che riguarda il ruolo educativo e la difficoltà, in alcuni casi, di riconoscere fino in fondo le responsabilità dei figli.

Riconoscere l’umanità

Infine, Crepet individua un tema trasversale che attraversa l’intera società: la frustrazione. “Questo è un mondo di frustrati”, afferma. Il mancato riconoscimento, l’umiliazione, il senso di impotenza alimentano rabbia e violenza. Per questo, conclude, è necessario “riconoscere l’umanità”, fatta di uomini e donne che cercano di vivere una vita dignitosa, ricordando che “nessuna onnipotenza ci appartiene”.