Non è facile capire cosa stia realmente accadendo in Iran, o forse è fin troppo facile. Come è noto, in questi giorni si stanno verificando manifestazioni incendiarie di protesta contro il governo iraniano da parte di una fascia della popolazione che chiede a gran voce l’occidentalizzazione del Paese e la sua apertura in senso liberal-progressista. Le proteste stanno mettendo a dura prova il governo di Teheran e l’intero sistema statale.
Il consueto interventismo di Washington
Washington si è naturalmente già detta pronta a intervenire a supporto dei manifestanti, senza che ovviamente nessuno l’abbia convocata e, men che meno, senza che qualcuno le abbia attribuito il ruolo di gendarme del mondo intero. Allo stato attuale non appare implausibile prendere in considerazione l’ipotesi di una rivoluzione colorata, una Velvet Revolution in piena regola. In estrema sintesi, le cosiddette rivoluzioni colorate non sono altro che rovesciamenti di governi sgraditi a Washington.
Rovesciamenti che vengono attuati mediante l’apparente protagonismo di una parte della popolazione, finanziata, spronata e indotta ad agire, in astratto nel nome dell’interesse popolare e, in concreto, nel nome dell’imperialismo a stelle e strisce e della sua voluntas di rovesciare, anche manu militari, tutti i governi che non si pieghino cadavericamente al nuovo ordine mondiale atlantista.
Se così fosse, non sarebbe certo la prima rivoluzione colorata gestita in questa maniera nella storia recente. Basti ricordare le cosiddette Primavere arabe o, tra i tanti esempi, il caso di Kiev nel 2014, con il colpo di Stato di Euromaidan, la cui onda d’urto ha condotto al conflitto ucraino tuttora in corso.
L’Iran come nuovo obiettivo strategico
Dopo il recente tentativo di golpe in Venezuela, l’ipotesi di un colpo di Stato in Iran, teso a instaurare un governo fantoccio amico di Washington e totalmente sotto il controllo della Casa Bianca, non appare affatto implausibile. Il canovaccio, in ogni caso, sembra restare sempre il medesimo: dall’ordine discorsivo dominante viene chiamata “liberazione” la transizione dei Paesi verso la dominazione a stelle e strisce.
Con il Venezuela di Maduro l’operazione è riuscita piuttosto agevolmente; con l’Iran potrebbe presentare qualche difficoltà in più per gli Stati Uniti d’America. Con la Russia e con la Cina, poi, difficilmente la questione della loro resistenza a Washington potrà essere risolta se non attraverso un conflitto vero e proprio.
Da parte nostra non ci stanchiamo di ripeterlo e di sottolinearlo fino alla nausea: bisogna sostenere pienamente tutti gli Stati che resistono alla globalizzazione imperialistica statunitense, del tutto a prescindere dalla natura del loro governo interno, che può essere, a seconda dei casi, più o meno condivisibile.
Nessuno, credo, si sogna di celebrare il governo teocratico iraniano in quanto tale; ma ogni mente pensante dovrebbe ancor più aborrire l’intervento imperialistico statunitense, fatto di bombe ‘umanitarie’, missili ‘democratici’ ed embarghi ‘terapeutici’.
Radioattività – Lampi del pensiero quotidiano con Diego Fusaro










