Accoltellato a scuola, Crepet senza filtri ▷ “Condanniamo davvero i bulli o in realtà li idolatriamo?”

Creare tabù non è scienza, così come censurare dal novero di possibilità ciò che non ci piace impedisce di rispondere a una domanda: perché i bulli non scompaiono col progredire degli anni e del progresso?
Difficile trovare una sola causa, lo sappiamo da decenni di studi sociologici, ma la consapevolezza rischia pericolosamente di arretrare quando un atteggiamento moralista come quello che attanaglia l’attuale società si impone sulle spiegazioni scientifiche. E una delle risposte plausibili nel novero di Paolo Crepet è la seguente: “Stai con un ragazzo (o con una ragazza, ndr) che ha il coltello. Cosa ci trovi? Magari è che ti piace”.
Victim blaming e colpevolizzazione della vittima hanno poi così a che fare con tale spiegazione? Oppure tali domande fanno guardare il dito anziché un’escalation di violenza che non diminuisce con l’aumentare degli anni?

Ovviamente una spiegazione come questa deve avere una radice ben più solida, mettendo da una parte le soluzioni effimere, come quella del metal detector a scuola: «Prima di capire che cosa mettere davanti a tutti i cancelli di tutti gli istituti del Paese, dobbiamo capire che il problema non è dove accade esattamente. Perché anche una piazza è dello Stato tanto quanto una scuola. Quindi bisognerebbe chiedersi perché un ragazzino di 13-14 anni vada a scuola, oppure alle tre di notte armato in una piazza. Questo è il problema.
Quello che succede, a quel punto, mi sembra ovvio: perché se in una rissa si usa l’unica cosa che si ha — che non sono le parole, che non è l’ingegno, ma la propria miseria, cioè un’arma, che è essa stessa una miseria — finisce come finisce.

Perché è colpa di una generazione? “Lo so che, naturalmente, chi ci ascolta penserà — e non me ne scordo, perché ho incontrato anche ieri due ragazzi meravigliosi che lavorano, uno in campo artistico e l’altro nel settore del food — che sono ragazzi che si alzano la mattina, fanno le loro cose e non finirebbero mai la giornata ad accoltellarsi davanti a un’osteria. Però ce n’è. Ce n’è, e non sono pochi.
Sono andato recentemente a rileggere un’inchiesta del Corriere della Sera: in una piazza centralissima di Firenze c’erano ragazzi di 13-14 anni, tutti con alcol e coltello, e non è successo niente, quindi non c’è stata alcuna alzata di scudi da parte di nessuno. Semplicemente, quei due colleghi giornalisti sono stati consigliati di lasciare quella piazza — ripeto, una piazza centralissima di Firenze.

Hanno fatto qualche centinaio di metri e hanno trovato un’altra piazza con macchine parcheggiate. Chi c’era? Mamma e papà che aspettavano i ragazzini, sperando che non succedesse l’imprevedibile. Questa è l’Italia. Lo dice il Corriere della Sera, non lo dico io. Lo dicono due cronisti che fanno il loro mestiere e ci restituiscono una fotografia.
Naturalmente, a tutto questo noi guardiamo dall’altra parte. Perché? Perché non siamo riusciti a fare in modo che nelle nostre città non ci sia droga. Ce n’è enormemente di più di quarant’anni fa: questa è una semplice verità. L’alcol gira a 13 anni come se fosse il compleanno di zia Teresa.

Allora, a questo stiamo provvedendo? Ci siamo preoccupati? Oppure devo pensare in un altro modo: che tutto questo sia business, che faccia girare un sacco di soldi. Ma le mafie mica vendono confetti per le lauree. Non facciamo finta di venire da Marte: questa è la malavita da che mondo è mondo.
Io me ne accorsi negli anni Settanta, quando arrivarono nella città dove mi laureai, a Verona, le prime confezioni di eroina a costo zero: ci furono decine di migliaia di morti. Oggi non si muore più così tanto di eroina, ma di droghe ce n’è a iosa, compresi psicofarmaci assunti in dosi da cavallo.

Non ci piace tutto questo, ed è comprensibile che non ci piaccia. Però, se vogliamo capire l’epifenomeno, dobbiamo capire il fenomeno. Perché sennò… E poi oggi ci stropicciamo gli occhi: “Oh Dio, che gioventù violenta!”. Ma va? Perché noi, invece, saremmo stati dei gentiluomini di campagna?
Mi chiedo, una ragazza che sta con un ragazzo che ha un coltello da 20 centimetri in tasca, cosa pensa della vita? Forse ti piace, forse è affascinante la violenza. Allora, mi chiedo, davvero uno bullo, uno di mano lesta, è così sfortunato in amore oggi?»