“Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente, perché non ero socialista.
Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente, perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno a protestare per me.“
Forse il motivo per cui gli aforismi si addicono così bene alla nostra realtà, è che questa si è trasformata in un gigantesco palcoscenico dove gli attori mettono in scena un copione. Come quello che riguarda la censura, ad esempio, e nel caso di Alessandro Barbero la censura ad opera di Meta è quanto di più disdicevole si potesse pensare di fronte a un contenuto del genere. Ma anche di più inefficace.
Ora non solo il celebre medievista – che poco aveva bisogno del supporto di Meta per raggiungere platee ragguardevoli – è diventato un martire, ma i repost del video in cui spiegava le ragioni del suo no al prossimo referendum sulla giustizia hanno quadruplicato le visualizzazioni rispetto al post iniziale.
Ecco che va in scena la recita: chi condivide le ragioni per il no alla separazione delle carriere tra giudici e pm, materia cara all’opposizione, si strappa le vesti in nome della libertà di parola; discorso simile per chi è per il sì – caro alla maggioranza di governo – che di tutta risposta replica con una pernacchia e festeggia alla ristabilita la verità oggettiva dei fatti.
Quale verità oggettiva? Quella a cui assistiamo ogni giorno, che prospera moltiplicandosi nel nostro feed mentre scrolliamo incessante alla ricerca di qualcosa che ci colpisca. Col piccolo dettaglio che quello che ci colpisce è sempre la stessa cosa: un’opinione che ci piace, così noi siamo soddisfatti e l’algoritmo ci ha in pugno per vendere il nostro scroll agli inserzionisti. Un sistema ben collaudato che ci prometteva connessione e invece ci ha isolati nel nostro pensiero, rinchiusi in una gabbia intellettuale confortevole in cui il contrasto non esiste, dove chi la pensa come noi fa post con scritto a caratteri cubitali: “GUARDATE IL DELIRIO DI TIZIO”, colpevole – tizio – di contraddire la linea del partito.
E lui sui suoi social fa lo stesso eh. “L’ULTIMA TROVATA DI CAIO E’ VERGOGNOSA”, perpetuando un sistema di propaganda vecchio come il mondo (si ricordino i manifesti che rappresentavano i tedeschi come maiali durante la Prima Guerra Mondiale).
In questo grande palcoscenico dove ognuno è ansioso di urlare la sua versione, resta dietro le quinte un attore ignorato grossomodo da tutti: quello che negli anni pandemici ha ben pensato di ridurre a una sola le due posizioni che c’erano su qualsivoglia tema virale, facendo fede alla verità storica e oggettiva – la sua.
Si fa chiamare Fact Checker e si mette in contatto con il padrone del gioco, a cui l’idea piace e che la fa mettere subito nero su bianco: al bando chi dici tu, ma solo se non dice la verità oggettiva delle cose.
Quella che metteva in dubbio il funzionamento del lockdown – mai del tutto provato solidamente essere efficace – o magari del coprifuoco, di cui ancora aspettiamo gli studi randomizzati.
Ora l’attore è uscito allo scoperto, e ha lasciato impietrito e senza voce lo storico più amato, riuscendo però in un altro artificio dei suoi: il pubblico si è diviso per il sì o il no al referendum, ma lui fuggirà dal palco ancora una volta senza lasciare traccia.











