NBA Europe, Petrucci senza freni sulla FIBA: “Come il Vaticano!”| Radio Radio Basket

Il presidente federale a Radio Radio Basket: gli investimenti a Roma, la domanda di Napoli e il confronto sul futuro dei campionati. E sulla possibile ricandidatura nel 2028...

INTERVISTA A GIANNI PETRUCCI – Ottobre 2027 resta l’obiettivo dichiarato per la partenza di NBA Europe. Circa una settimana fa Mark Tatum, vice commissioner della lega americana, ha ribadito la volontà di rispettare quella scadenza e di proseguire anche senza un accordo con l’Eurolega. Il dialogo resta aperto, ma il primo confronto fra i club azionisti europei e il progetto NBA-FIBA non ha prodotto un’intesa. È su tempi, accessi e rapporti con i campionati nazionali che si concentra adesso la discussione sul futuro del basket continentale.

In Italia, Gianni Petrucci difende gli investimenti arrivati a Roma e guarda con favore al progetto, pur senza dare per acquisiti tutti i passaggi. Il presidente della FIP, riconfermato per il quadriennio 2025-2028, è intervenuto a Radio Radio Basket sulle prospettive di NBA Europe e sulle riforme dei tornei italiani. Conferma la domanda presentata da Rizzetta per Napoli e indica nelle società e nelle leghe i soggetti chiamati a formulare le proposte di cambiamento.

Il confronto arriva anche al suo futuro personale, con la domanda su una possibile ricandidatura nel 2028, e agli impegni delle Nazionali. Il prossimo 26 novembre, infatti, l’Italia maschile tornerà al Palaeur per affrontare la Turchia nelle qualificazioni mondiali: alla partita assisterà il Presidente della RepubblicaSergio Mattarella, su invito dello stesso Petrucci.

Gianni Petrucci a Radio Radio Basket: l’intervista integrale

Come si sostiene il ritorno del grande basket a Roma senza trascurare la provincia, che ha dato tanto alla pallacanestro italiana?

«Non ho il potere di indirizzare gli imprenditori verso una piazza o un’altra: esprimo le mie sensazioni. La provincia ha dato tantissimo alla pallacanestro e continuerà a rappresentarne una parte storica. Però, per crescere, il basket deve essere presente anche nelle grandi città. Il calcio è popolare perché raggiunge tutte le città e tutti i grandi centri. Il basket è il secondo sport più popolare in Italia e nel mondo: recuperare una piazza come Roma, con l’entusiasmo che abbiamo visto, è importante. So che molti chiedono a Petrucci di intervenire sui trasferimenti. Le società di Serie A mi presentino una proposta che permetta di impedire a un imprenditore di trasferirsi da una città all’altra: quando avranno trovato questa soluzione, sarò d’accordo. Oggi quella regola non c’è. Sono contento che il progetto NBA Europe abbia portato a Roma due squadre che hanno investito tanto. Il pubblico sta rispondendo: sono realtà nuove, non possiamo aspettarci il tutto esaurito a ogni partita. Abbiamo visto circa duemila spettatori alle ultime gare e considero positiva questa risposta. Fortunatamente non ci sono insulti: anche questo è un aspetto positivo».

I proprietari che hanno ceduto i titoli lo hanno fatto per loro scelta. È questo il punto da ricordare a chi contesta i trasferimenti?

«Condivido questa osservazione: è la realtà. Se un imprenditore dice di non avere più soldi o di non voler più investire in una città e un altro vuole rilevare il titolo, le regole lo consentono. Dovrebbero spiegarmi quale sia il sistema per bloccare un imprenditore che non vuole più investire in quella piazza. Quando dico che non sono preparato su come impedirlo, naturalmente, è una battuta».

A Milano si parla di un progetto NBA Europe diverso dall’Olimpia e legato al possibile trasferimento di un altro club storico. Come valuta questo scenario? E che cosa sappiamo sui tempi della nuova competizione?

«Non posso entrare nel merito di scelte imprenditoriali che, per il momento, non sono neppure ufficiali. Sono voci: posso parlare dei fatti, non delle indiscrezioni. Prima si diceva che l’NBA non sarebbe mai entrata, mentre oggi ci sono squadre e imprenditori che stanno investendo molto. Si diceva anche che il progetto non potesse partire prima di una certa data. Io non so se partirà nel 2027: continuano a indicare quell’anno. Se poi partirà nel 2028, non cambia molto.

Hanno investito tre miliardi, lo hanno detto e ufficializzato. Non so poi se tutto questo si realizzerà. Intanto, però, a Roma due imprenditori hanno speso e stanno spendendo tanti soldi. Ho incontrato anche recentemente i protagonisti dei progetti di BC Roma e Maxima: gli investimenti sono stati fatti, le squadre esistono e disputano il campionato. Non si può già giudicare tutto perché una ha vinto tre partite di seguito e l’altra le ha perse: è presto. Questa è la realtà con cui dobbiamo confrontarci. Come Federazione dobbiamo studiarla ed essere attenti agli sviluppi».

Come può inserirsi NBA Europe nelle tradizioni del basket europeo? Il progetto può anche limitare l’attrazione esercitata dai college americani sui giovani?

«Per il momento questa possibilità non si è concretizzata: i giocatori che hanno scelto la NCAA sono partiti e nessuno li ha fermati. Sembra che qualcuno tornerà. Va anche ricordato che la NCAA comprende tre divisioni, non è una realtà uniforme. Noi siamo sotto l’egida della FIBA, che per anni ha cercato un’intesa con l’NBA. L’NBA è un’organizzazione unica al mondo, probabilmente il principale riferimento dello sport professionistico per diffusione globale.

Negli Stati Uniti ci sono anche hockey, baseball e football americano, ma il basket NBA viene seguito ventiquattr’ore su ventiquattro in tutto il mondo. Forse soltanto la Formula 1 ha una visibilità paragonabile. Su come la nuova lega si inserirà nelle tradizioni europee non so dare una risposta precisa. Noi non abbiamo la forza di incidere da soli su questi processi: la FIBA è coinvolta e ha già raggiunto un accordo con l’NBA. Vi anticipo che Jorge Garbajosa, presidente di FIBA Europe, sarà alla partita di Roma contro la Turchia, alla quale assisterà anche il Presidente della Repubblica. Non so se in quell’occasione potrà dare anticipazioni. Si parla anche di Manchester e del coinvolgimento di società che hanno fatto la storia del calcio, ma devo usare il condizionale: per il resto dobbiamo aspettare. La Federazione internazionale si muove lentamente come il Vaticano: quando si è mossa, vuol dire che qualcosa di concreto c’è».

Si parla di una sua possibile ricandidatura nel 2028. Quali sfide vorrebbe ancora affrontare?

«È una domanda che mi aspetto da qui alla fine del mandato. Se la fate a un presidente che non conosce nessuno, non fa notizia; se la fate a me, i siti si divertono con la storia della bara: “Lo vogliamo sulla bara”. Non sapete che io godo per queste cose: è la mia forza. Sulla candidatura non dico nulla e non devo dire nulla. Lula ha vinto in Brasile e ha la mia età; Trump ha qualche anno in meno. Il Presidente della Repubblica italiana non voglio neppure citarlo. Io resto al mio posto, sereno e tranquillo, finché il Signore mi darà la salute. Il mio silenzio non va interpretato: chi tace non dice niente. Mi aspettavo questa domanda e continuerò ad aspettarmela per i prossimi due anni».

Come immagina il campionato italiano fra dieci anni e che cosa farà per proteggerlo?

«È una domanda intelligente e furba. Le riforme le fanno le società, non la Federazione. Le due leghe stanno discutendo molto sul futuro, ma ancora non c’è nulla: lo ha ribadito anche Gherardini in una recente intervista. Ho un ottimo rapporto sia con lui sia con Majorana. Il nostro basket si è sempre distinto per la capacità di innovare. Se le società troveranno un accordo sulle modifiche, le porteranno avanti. La Federazione attende di conoscere le loro idee per il prossimo futuro».

Oltre a Roma e Milano, può esserci una terza squadra italiana in NBA Europe? Sarà possibile accedervi o cambiare le partecipanti attraverso il merito sportivo?

«Sono aspetti che vedremo in futuro. Intanto c’è un movimento e non è un segreto: Rizzetta ha presentato domanda per partecipare. Sono stato a Napoli per la partita contro l’Olimpia Milano e ho avuto modo di conoscerlo meglio, dopo averlo già incontrato a Roma. È un imprenditore molto vivace, che si è presentato con tutti i suoi soci e ha intenzione di partecipare. La scelta, però, la farà l’NBA. Per il futuro tutto è possibile: ci sono grandi città che potrebbero essere interessate. Non faccio nomi, altrimenti domani potrei essere smentito dai presidenti di quelle società. Di Rizzetta lo so, lo ha dichiarato anche lui: la domanda l’ha fatta, ma per adesso non ci sono novità».

Sul possibile ritorno al professionismo di altre società o sull’innalzamento dei requisiti, quale proposta vuole portare la FIP al tavolo delle riforme?

«Mi fido delle capacità e dell’esperienza di Gherardini. Ha coinvolto un grande ex giocatore come Bargnani, che nei suoi interventi porta idee nuove e intelligenti. Sono convinto che da loro, insieme a Majorana, arriveranno delle proposte. Per un cambiamento di questo tipo servirebbe poi un’assemblea. Ricordo che, quando passammo al professionismo, c’era l’avvocato Porelli e convocammo un’assemblea straordinaria a Ostia. Sottolineo però il “se”: se arriveranno delle proposte, dovranno essere valutate e costruite sul piano giuridico, tenendo conto dei tempi necessari. Non si può cambiare tutto da un giorno all’altro. Un imprenditore investe sulla base di determinate condizioni: non gli si può dire improvvisamente che cambia ogni cosa e che quello che aveva programmato non conta più. Bisognerà procedere in punta di diritto sulle proposte che arriveranno dalle due leghe e dalle società. Lo ripeto e lo sottolineo: da loro».

Per trattenere e far crescere i giovani italiani, si possono introdurre obblighi di impiego degli under in Serie A2 e Serie B?

«È molto difficile. Guardando le partite, anche quelle che seguo a Roma, vedo quintetti iniziali composti in gran parte da stranieri. Questo fa capire su quali giocatori si basino oggi gli allenatori. Con l’apertura che esiste in Europa e nel mondo non posso fare discorsi antistorici, ma è ovvio che un presidente federale abbia a cuore i vivai e i giocatori italiani. Alcune regole e agevolazioni sono già state introdotte. Anche le modifiche al vincolo sportivo hanno penalizzato tutti gli sport: sulla carta era una legge giusta, ma le federazioni hanno registrato dei decrementi.

Prima un imprenditore poteva investire nella formazione e poi, cedendo i giocatori, ricavare qualcosa per sostenere la propria attività e il campionato. Oggi questa prospettiva pesa molto meno. C’è poi la richiesta dei grandi nomi: voi giornalisti dovete confrontarvi anche con quello che chiedono l’ambiente, le società e i giornali. L’NBA almeno un vantaggio ce lo dà: lascia i giocatori alle Nazionali. Per Italia-Turchia, invece, il lavoro per capire chi potrà esserci è difficile. Lo stesso problema riguarda la Turchia, quindi da questo punto di vista non siamo né avvantaggiati né svantaggiati».

Che cosa manca al basket femminile italiano per una consacrazione definitiva?

«I risultati: mancano soltanto quelli. A Berlino ho visto un entusiasmo che non avevo mai visto, con tanti giovani e persone arrivate appositamente dall’Italia. In un impianto da diecimila spettatori, migliaia di italiani cantavano l’inno. È qualcosa che ha colpito tutti: nemmeno ai tempi dei cosiddetti tre NBA avevo visto un entusiasmo simile.

È anche merito del CT Capobianco, che finché l’Italia è rimasta in corsa era stato indicato come il miglior allenatore, come era accaduto a Banchi al Mondiale. Poi siamo usciti dopo due partite straordinarie contro Australia e Stati Uniti. Nel finale contro le americane, la loro allenatrice guardava verso Capobianco quasi con invidia, come a chiedersi che cosa fare. L’Italia è riuscita a restare vicina nel punteggio, ma gli Stati Uniti hanno vinto meritatamente, così come l’Australia. Adesso c’è la partita di Terni: ci auguriamo un buon pubblico e sono convinto che ci sarà, insieme a molta attenzione per la squadra. Capobianco cercherà di schierare la migliore formazione. Il raduno sarà a Roma, poi le ragazze si trasferiranno a Terni».