S’è svegliato. Bruxelles ha multato Google per 890 milioni di euro, per violazione del Digital Markets Act. La sanzione arriva dopo anni di contestazioni sulla posizione dominante del colosso di Mountain View nei mercati digitali europei. Poche ore dopo, da Washington è arrivata la risposta: nuovi dazi USA tra il 10 e il 12,5% su sessanta paesi, con la stampa statunitense a collegare esplicitamente le due notizie, la multa europea a Google e l’inasprimento tariffario.
Ottocentonovanta milioni sembrano una cifra enorme, finché non la si mette accanto ai bilanci di Google. Per loro è un solletico: 890 milioni di euro per Google è come il caffè che noi abbiamo preso stamattina. Ottanta centesimi, novanta, un euro, dipende da dove lo prendiamo; se andiamo in posti chic, magari anche due, tre, quattro, cinque. Un caffè per noi, una multa per loro. La sproporzione è tutta lì.
Il nodo però non è tanto l’importo, quanto la natura dell’attività che quella multa dovrebbe punire.
Google si comporta ormai da editore ma si presenta come semplice fornitore di servizi: ti mette a disposizione un social per fare i video, le cose, ti paga pure. Non è vero, perché devi dire quello che dicono loro. La contraddizione l’ho vista con i miei occhi anni fa, in una causa che abbiamo vinto in primo grado contro la piattaforma, quando a un canale venne imposto di allinearsi alle sole indicazioni dell’OMS. Un ente privato mi deve dire quello che devo dire? Se un medico, un premio Nobel, mi dice una cosa diversa, io lo intervisto, sono un giornalista. Non lo posso intervistare? Via tutto, chiuso il canale, demonetizzato. Fai l’editore o fai il service provider, ma le due cose insieme no: se non mi imponi quello che devo dire, a parte reati, a parte cose illegali, allora sei un service provider. Se mi metti dei limiti, fai l’editore.
Ma gli squilibri non sono finiti.
Non finiscono perché, casualmente, poche ore dopo la multa europea arriva una notizia: gli Stati Uniti impongono nuove tariffe commerciali su decine di paesi.
Il sottotesto smaliziato? Avete fatto la multa alla nostra Google, con la quale noi dominiamo i mercati tech e i data center? Bene, dazi per voi. Lo squilibrio di ricchezza non è un dettaglio a margine, è la chiave di lettura di tutto il resto, ed è destinato a peggiorare logaritmicamente con l’intelligenza artificiale.
E’ il futuro distopico pronosticato non troppo tempo fa con estrema lucidità da Giulietto Chiesa.
Chiesa descriveva una macchina economica gigantesca, planetaria, che produce una polarizzazione estrema tra ricchi e poveri su scala mondiale: venti, trenta, quaranta persone dispongono di beni equivalenti al 60-70% di tutte le ricchezze della Terra. La domanda non è solo com’è possibile che un piccolissimo gruppo si impadronisca delle risorse vitali del resto della popolazione del pianeta, ma quale sia il limite – se ce n’è uno – alle loro ambizioni.
E’ perfino peggio di una storia per cui agli USA si rivolgono critiche da anni come quelle sulle armi. Perché se già è aberrante il concetto di un vicino che mi può sparare in qualsiasi momento e inquietante l’homo omini lupus promosso dalla società a stelle e strisce, l’arma economica che dagli states utilizzano non ha neppure un processo postumo. Non un giudice, non un’arma per rispondere.










