Nel racconto pubblico dominante, il Messico viene spesso ridotto a questione di narcotraffico e immigrazione. Una chiave di lettura che, secondo il quadro descritto da Giorgio Bianchi e Giacomo Gabellini ai microfoni di Un Giorno Speciale, oscura invece un dato strutturale: la trasformazione del Messico in un attore economico, demografico e politico in rapida ascesa, capace di incidere sugli equilibri interni degli Stati Uniti e di preoccupare seriamente i loro strateghi.
Non solo narcotraffico: il vero nodo strategico
Giorgio Bianchi chiarisce subito il punto: “La questione del narcotraffico è una questione assolutamente rilevante, ma questo non c’entra con le caratteristiche strutturali del paese come paese in enorme ascesa”. E aggiunge una distinzione netta: “Se vogliamo parlare di problemi del narcotraffico e di penetrazione di narcotici negli Stati Uniti, dobbiamo parlare del Messico, in particolare del fentanyl, che viene in parte prodotto in Cina”.
Ma il tema centrale è un altro: “Il Messico è un paese in potente ascesa, è un paese che preoccupa molto gli strateghi degli Stati Uniti”. In questa chiave, “il muro che è stato costruito è un muro strategico, non tanto per contenere l’immigrazione, ma quasi una barriera militare”
Demografia e identità: la frattura dell’assimilazione
Giacomo Gabellini richiama una riflessione teorica di lungo periodo: “Ricordo un libro di Samuel Huntington che parlava proprio della migrazione ispanica negli Stati Uniti come un problema molto grosso”. Il motivo è demografico e culturale: “Latinos e messicani soprattutto tendono a rimanere cattolici e a parlare la loro lingua originaria e questo sovverte il tradizionale equilibrio favorevole ai WASP”. Bianchi insiste su un punto chiave: “Gli Stati Uniti sono un paese assimilatore e i messicani, e in generale i latini, vengono assimilati con grande difficoltà”. Per Gabellini, “quello è un grosso problema”.
Industria, NAFTA e declino della Rust Belt
L’ascesa messicana passa anche dall’economia reale. “Il Messico diventa una grande potenza industriale proprio ai sensi del NAFTA”, ricorda Gabellini. “È un accordo di libero scambio del 1994 voluto a tamburo battente dagli Stati Uniti” che ha favorito “la proliferazione a sud del Rio Grande delle maquiladoras”. Il risultato è un travaso produttivo: “Impianti che prima erano nell’area dei Grandi Laghi, Detroit, Chicago, oggi sono in decadenza”, mentre “buona parte si è spostata in Messico”. Da qui la fotografia di un paese “molto grande, molto abitato, giovane, e in forte ascesa”.
Soggettività politica e il tempo che gioca a favore
Secondo Gabellini, qualcosa è cambiato anche sul piano della soggettività politica: “Il Messico è stato sempre molto manipolato dalla politica statunitense a livello di élite dirigenti. Adesso qualcosa si è profondamente cambiato”. Il paese ha mostrato “la capacità di approfittare della contesa economico-commerciale tra Stati Uniti e Cina per riciclarsi in una sorta di centro di imballaggio per merci cinesi e così sfuggire ai dazi”. Bianchi aggiunge un elemento simbolico ma rivelatore: “Il Messico non ha nessun complesso di inferiorità nei confronti degli Stati Uniti”. La storia pesa: “Il Texas fu sottratto al Messico da una guerra statunitense”, ricorda Gabellini, e da qui una convinzione diffusa: “Il tempo gioca a nostro favore”. Perché “la zona meridionale degli Stati Uniti è in buona parte ispanizzata” e “sarà solo una questione di tempo prima che questi squilibri si trasformino in influenza politica”. Un processo che, conclude, “già cominciamo a vedere”.









