“Vi spiego perché ho scelto di non guardare le Olimpiadi” | L’Editoriale

Le Olimpiadi dovrebbero rappresentare unità, cultura e dialogo tra i popoli. Oggi, invece, si trasformano spesso in strumenti di esclusione e punizione politica. Atleti, artisti e intere comunità si trovano colpiti per decisioni che non hanno compiuto, mentre la logica internazionale premia chi alimenta conflitti e divisioni.

La censura di simboli nazionali

Questa situazione mette in luce un modello di gestione globale che glorifica l’odio e cancella identità e cultura per ragioni politiche. Le sanzioni, i divieti e la censura di simboli nazionali non colpiscono i responsabili dei conflitti, ma chi ne subisce ingiustamente le conseguenze. Sport, musica, letteratura e arte rischiano così di diventare strumenti di punizione, e non più strumenti di incontro e comprensione tra le nazioni.

Il problema non riguarda lo sport o la cultura in sé, ma il modo in cui le decisioni politiche trasformano questi ambiti in armi di divisione. La scelta di non partecipare o di non sostenere eventi condizionati da questa logica non è una forma di rifiuto dello sport, ma una protesta contro chi utilizza le persone innocenti come pedine politiche.

L’alternativa possibile è sostenere un mondo in cui prevalgano il dialogo, la pace e il rispetto reciproco, in cui la diplomazia e l’incontro sostituiscano la logica della punizione. Solo così sport e cultura potranno tornare a essere strumenti di unione e crescita condivisa, senza sacrificare innocenti per vendette politiche.