È ufficiale, anche l’Islanda con un referendum ad hoc ha detto no all’ingresso nell’Unione Europea. Con i versi del poeta: “Nunc est bibendum, hoc erat in votis”. Oltre il 50% dei votanti in Islanda ha espresso un parere negativo circa la possibilità di entrare a far parte di quel costrutto tecnocratico, depressivo e repressivo pomposamente e proditoriamente appellato Unione Europea.
Nome che promette il contrario di ciò che realizza, se si considera che l’Unione Europea ha reso i popoli e le nazioni europee più divisi e più conflittuali che mai. Nel nome della competitività e di quel mors tua, vita mea che può legittimamente intendersi come il teorema fondativo del neoliberismo. Come ho ripetuto ad nauseam infinite volte, l’Unione Europea non è altro che la riorganizzazione verticistica del sistema capitalistico dopo la data epocale del 1989. Una rivoluzione passiva, direbbe Antonio Gramsci, con la quale i gruppi dirigenti hanno rinsaldato il nesso di forza a nocumento dei popoli, dei lavoratori e dei ceti medi. Quasi sempre si evoca a sproposito l’idea di Europa per giustificare l’Unione Europea, che di quell’idea non è se non il più clamoroso pervertimento. La nobile idea di Europa di Kant o di Husserl è distante dalla gabbia d’acciaio degli euroinomani di Bruxelles, almeno quanto lo è Marte da Plutone. Esiti analoghi a quelli ora registrati in Islanda si ebbero peraltro in Svizzera nel ’92, in Norvegia nel ’94, in Danimarca nel 2000 e in diversi casi ancora. Il fabula docet è lampante sotto gli occhi di tutti, almeno di quanti non compiano il noto gesto dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere intorno a sé. Interpellati, i popoli europei dicono sempre no al costrutto tecnocratico di Bruxelles, dacché sanno bene che esso è contrario ai loro interessi e significa sostanzialmente perdita di diritti sociali e immiserimento di massa.
A questo riguardo non si dimentichino le parole del cancelliere teutonico Helmut Kohl, il quale ammise apertamente di aver agito come un dittatore, sono parole sue, nell’imporre l’euro e il Trattato di Maastricht, giustificando la scelta in ragione del fatto che un referendum popolare non avrebbe dato mai esito positivo. L’asserto del cancelliere teutonico sembra suffragato su scala europea, se si considera che, come ricordavo, i popoli europei puntualmente esprimono il loro dissenso ragionevolissimo rispetto all’ingresso nel tempio vuoto dell’Unione Europea, o addirittura, come nel caso della Gran Bretagna del 2016, votano espressamente per uscire dalla gabbia d’acciaio di Bruxelles.











