Il tema del wokeismo è tornato al centro del dibattito nelle ultime settimane dopo che la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha definito “folle” la prima stagione del movimento, prendendo pubblicamente le distanze dalle posizioni più radicali sostenute dalla sinistra americana negli anni scorsi. La svolta risponde alla necessità di riportare l’agenda democratica su temi economici — salari, sanità, costo della vita — anche alla luce dei tagli ai programmi legati alla cultura woke gestiti negli Stati Uniti dall’agenzia USAID. Un cambio di rotta che in Italia ha riacceso il confronto tra chi difende le battaglie identitarie e chi ne denuncia la deriva ideologica.
Ad aprire il dibattito televisivo è stato Boni Castellane, secondo cui il fenomeno è stato uno strumento di divisione sociale: “Il woke è stato un’operazione per creare delle vittime, per scindere la società non in buoni e cattivi ma in vittime e carnefici”. Nelle sue parole, individuare delle vittime permette poi di “implementare dei dispositivi di punizione e di vendetta perpetui nei confronti del nemico politico”.
Anna Paola Concia ha ripreso il filo del discorso rimarcando come negli ultimi anni la battaglia woke non abbia prodotto risultati concreti sui diritti civili, rivendicando al contempo una posizione di femminista universalista e ricordando il caso di J.K. Rowling, definita “massacrata” per le sue posizioni critiche verso l’ideologia woke. Nel finale, entrambi hanno richiamato la stessa Ocasio-Cortez, ripresa in un video in cui ammetteva di seguire ogni sera il programma Drag Race, salvo oggi prendere le distanze da quella fase.










