L’ambasciatore iraniano ci ha detto cosa pensa di Meloni e delle dichiarazioni di Trump

Il blocco navale americano sullo stretto di Hormuz era in vigore dal 13 aprile e ora sembrerebbe revocato con il benestare dell’Iran. I negoziati tra Washington e Teheran si sono arenati, ma ne sono in corso altri. JD Vance è tornato a casa a mani vuote. È in questo contesto che Giorgio Bianchi ha incontrato l’ambasciatore iraniano in Italia, Mohammad Reza Sabouri, per un’intervista disponibile domani sul canale Youtube di Radio Radio. Ai microfoni di ‘Ocula – L’occhio sul mondo’ analizziamo i passaggi più significativi: dagli stretti marittimi alla partita turca, dal ruolo della Cina alle armi inviate ai manifestanti iraniani, ammesse pubblicamente da Trump.

Il doppio nodo marittimo: Ormuz apre, Bab-el-Mandeb potrebbe seguire

Dal 13 aprile era in atto un blocco navale statunitense sullo stretto di Hormuz, uno degli snodi energetici più critici del pianeta. Ma è l’altro collo di bottiglia, Bab-el-Mandeb, a tenere svegli i sauditi. L’Arabia Saudita, secondo il Wall Street Journal, avrebbe già chiesto a Trump di revocare il blocco e tornare ai negoziati. Il motivo è strategico: Riad dispone di una pipeline che trasporta il greggio dalla costa est alla costa ovest della penisola arabica, con uscita nel Golfo di Aden — proprio attraverso Bab-el-Mandeb. Se anche quello stretto venisse chiuso, la penisola arabica si troverebbe di fatto sigillata. Interpellato sul rischio, l’ambasciatore Sabouri ha risposto con la precisione calibrata della diplomazia orientale: «La natura delle tensioni e dell’instabilità è quella di propagarsi e se queste tensioni dovessero continuare è prevedibile che progressivamente anche altri attori ne saranno influenzati». Un “ni” che pesa, come ha sottolineato Bianchi: «Non ha citato Bab-el-Mandeb esplicitamente, ma il messaggio era chiarissimo. E gli Houthi — che non sono un’etnia ma un partito politico — hanno già dimostrato nella guerra di Gaza di avere capacità balistiche per colpire le imbarcazioni».

Israele, Turchia e la NATO: un conflitto che non è questione di “se” ma di “quando”

L’ambasciatore ha confermato, con toni misurati ma inequivocabili, che Iran e Turchia manterranno relazioni «solide e strette» e non permetteranno che la sicurezza regionale venga «sacrificata dalle politiche bellicose del regime sionista». Una posizione che Bianchi ha letto come una conferma geopolitica di primo piano: «La Turchia è sicuramente il prossimo piatto sul menù e i turchi lo sanno perfettamente». A sostenerlo, tra gli altri, è Joe Kent, ex capo dell’antiterrorismo americano, dimessosi in opposizione alla guerra contro l’Iran: secondo Kent, uno scontro tra Israele e Turchia in Siria è inevitabile, e quando arriverà, gli Stati Uniti dovranno trovarsi fuori dalla NATO per poter sostenere Israele liberamente. «Non è un problema di se, è un problema di quando», ha ribadito Bianchi, che in Siria ha lavorato sul campo, attraversando l’Eufrate su chiatte battenti bandiera iraniana, testimone diretto della guerra per procura tra Teheran e Ankara.

Trump, le armi ai manifestanti e il déjà vu da Maidan a Teheran

Durante una cerimonia pasquale alla Casa Bianca, Trump ha dichiarato apertamente di aver inviato armi — «some guns» — ai manifestanti durante le proteste antigovernative in Iran. Una rivelazione che normalmente richiederebbe decenni per emergere dai retroscena, diventata invece notizia diretta. L’ambasciatore Sabouri non si è detto sorpreso: «Durante gli eventi simili a un tentativo di colpo di stato nel gennaio 2026 in Iran, avevamo già affermato che gruppi armati organizzati avevano il compito di provocare vittime nel paese. Oggi Trump ha pubblicato prove inconfutabili in merito». Bianchi ha inquadrato la dinamica in uno schema che conosce bene: «È un copione che si ripete. A Maidan fotografavo manifestanti che sparavano contro la polizia. In Siria c’erano i jihadisti. In Iran c’erano gli uomini del Mossad. Manifestazioni anche pacifiche vengono infiltrate da elementi violenti, la polizia reagisce, e i media parlano di governo criminale che spara sulla folla».

Cina, Russia e il ruolo invisibile ma determinante di Pechino

Sabouri ha espresso rammarico per le posizioni «inadeguate» di alcuni paesi europei — troppo concentrati sul caro energia per occuparsi dei «morti innocenti» — elogiando invece la linea di Spagna, Cina, Russia, Turchia, Italia ed Egitto. Sul piano strategico, ha confermato che le relazioni con Mosca e Pechino «continueranno a rafforzarsi». Bianchi ha approfondito il ruolo cinese, spesso sottovalutato: «La Cina ha fatto muovere il Pakistan come mediatore, ha venduto all’Iran un satellite di ultima generazione con risoluzione a 5 metri — che ha permesso di colpire con precisione le basi americane — e ha fornito un software sul modello Palantir per individuare gli agenti del Mossad infiltrati sul territorio». Una partita giocata lontano dai riflettori, ma forse la più decisiva dell’intera crisi.

L’intervista completa all’ambasciatore iraniano in Italia, Mohammad Reza Sabouri, sarà disponibile domani sul canale Youtube RarioRadioTV