Chi tira le fila in Medio Oriente? “Ecco cosa svela Trump” | Fulvio Scaglione (Inside Over)

L’attacco al giacimento di South Pars è uno degli sviluppi più gravi nella recente escalation in Medio Oriente. Non solo per il valore strategico dell’infrastruttura colpita, ma anche per le implicazioni diplomatiche: il bombardamento ha generato tensioni con il Qatar, già colpito in passato durante delicate trattative con Hamas. Giorgio Bianchi analizza la questione in diretta con Fulvio Scaglione, Direttore di Inside Over.

Secondo Scaglione, il nodo centrale della crisi è la relazione ambigua tra Stati Uniti e Israele. L’alleanza storica appare attraversata da divergenze: Washington punta a controllare le risorse energetiche globali, mentre Tel Aviv mira a neutralizzare i propri avversari regionali e a consolidare l’espansione strategica.

Il flop delle trattative

Le divergenze emergono anche nella comunicazione: Trump, nel giro di poche ore, prima si assume una corresponsabilità nell’attacco, poi attribuisce tutto ad altri, lasciando intendere che la guida della guerra non è americana. Nel frattempo, l’Europa resta ai margini, senza essere considerata prioritaria da Stati Uniti e Israele.

Un altro elemento chiave riguarda il fallimento delle trattative diplomatiche. Citando Jonathan Powell, l’Iran aveva avanzato proposte concrete durante i colloqui internazionali, ma queste non hanno portato a risultati, alimentando il sospetto che alcune forze occidentali vogliano l’escalation.

La storia recente offre precedenti simili: dagli accordi di Minsk all’Iraq, le trattative spesso servono a guadagnare tempo, mentre i preparativi militari proseguono. Anche il sentimento popolare viene ignorato, come accade in Iran, dove la complessità del paese viene semplificata dai media occidentali. Internamente agli Stati Uniti, le tensioni sono evidenti: dimissioni, critiche e scontri tra linee strategiche diverse indicano un confronto acceso, vinto dai ‘falchi’ che puntano sulla potenza militare ignorando la complessità iraniana.

Il rischio è ripetere errori già visti: interventi contro regimi ostili che destabilizzano ulteriormente intere regioni, senza migliorare la vita delle popolazioni coinvolte. Siria e Iraq ne sono esempi chiari: guerre che hanno lasciato morti e instabilità senza benefici concreti. Politicamente, la guerra potrebbe costare molto a Trump: con le elezioni di metà mandato, rischia di trovarsi con il Congresso ostile, riducendo la sua capacità d’azione e trasformandolo in una ‘anatra zoppa’ per il resto della presidenza.

In sintesi, la crisi in Medio Oriente non è solo un conflitto regionale, ma il riflesso di una ridefinizione globale degli equilibri, dove energia, strategia e potere si intrecciano in modo sempre più evidente.