“Non siamo noi a dire all’Iran come deve essere governato” ▷ Mazzucco rompe la narrativa occidentale

Uno degli aspetti più difficili da comprendere oggi è lo stato dell’opinione pubblica italiana. Ciò che colpisce è una sorta di torpore diffuso, una sensazione di inconsapevolezza collettiva, come se gli eventi accadessero per caso e l’assetto del mondo fosse immutabile. Eppure la storia insegna che quando le crisi si accumulano finiscono inevitabilmente per produrre conseguenze concrete, spesso pesanti anche sul piano sociale ed economico.

Un esempio evidente è la narrazione dominante sull’Iran. Nel dibattito pubblico occidentale il paese viene spesso rappresentato come una concentrazione di tutte le negatività politiche e morali, nonostante molti conoscano poco della sua storia, del suo sistema politico o della sua realtà sociale. Nonostante questa distanza informativa, le accuse e le rappresentazioni negative vengono spesso accettate quasi automaticamente. Giorgio Bianchi e Massimo Mazzucco hanno evidenziato i fili conduttori della questione in diretta.

Doppi standard e santificazione dei leader

Parallelamente si è assistito alla santificazione di alcune figure politiche occidentali presentate come salvifiche, anche quando sono sostenute da ambienti religiosi radicali o da movimenti fortemente ideologizzati. La retorica religiosa presente in parte della politica statunitense o in alcune correnti del nazionalismo israeliano, dove talvolta si rivendica un diritto territoriale ‘concesso da Dio’, raramente viene problematizzata con la stessa severità applicata ad altri contesti.

Questa asimmetria nel giudizio è uno dei nodi centrali della questione: da una parte la demonizzazione totale di alcuni attori internazionali, dall’altra una sorprendente tolleranza verso fenomeni simili quando provengono dal campo politico considerato alleato.

Analisi realistica dei fatti

Da qui nasce la necessità di tornare a un’analisi più realistica dei fatti, delle strategie e degli interessi nazionali, senza limitarsi a ripetere narrazioni già confezionate. Un meccanismo simile si è visto anche nella guerra in Ucraina, dove spesso la narrazione dominante ha scelto di far iniziare la storia dal 24 febbraio 2022, ignorando la sequenza di eventi precedenti, come la crisi politica del 2014 e le tensioni geopolitiche che ne sono seguite.


Lo stesso schema viene applicato oggi all’Iran. Si parla della Repubblica islamica come di un regime teocratico che opprime un popolo desideroso di libertà, ma spesso si dimentica un passaggio storico fondamentale: nel 1953 il primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mossadeq, che aveva deciso di nazionalizzare il petrolio iraniano, fu rovesciato da un colpo di stato sostenuto da potenze occidentali, portando al potere lo Shah, il cui regime esercitò una dura repressione.

Quando nel 1979 la rivoluzione portò al potere l’ayatollah Ruhollah Khomeini, essa fu sostenuta da una larga parte della popolazione esasperata dall’autoritarismo monarchico. Ciò ricorda un principio fondamentale: ogni società produce le proprie trasformazioni politiche e sono i popoli a determinarne l’evoluzione. A questa complessità si aggiunge la percezione di un certo immobilismo politico europeo. Spesso le leadership del continente sembrano reagire agli eventi più che anticiparli, accettando decisioni prese altrove invece di costruire strategie autonome. Il rischio è un fatalismo politico che porta a considerare inevitabili scelte che in realtà sono il risultato di precise decisioni politiche.