Stai dando un “prestito” allo Stato senza saperlo. In Italia, i dipendenti pubblici che lasciano il lavoro si trovano spesso ad attendere mesi, se non anni, per incassare il Trattamento di Fine Servizio (TFS), una retribuzione differita maturata durante la carriera. A differenza del TFR nel settore privato, erogato tempestivamente entro 30-45 giorni, il TFS è soggetto a dilazioni imposte da norme datate, come l’articolo 3 del DL 79/1997 e l’articolo 12 del DL 78/2010. Queste prevedono pagamenti dopo 12 o 24 mesi dalla cessazione, con rateizzazione per importi superiori a 50.000 euro, giustificati da esigenze di bilancio pubblico per evitare picchi di spesa. I motivi ufficiali? Contenere il deficit statale, specie in periodi di crisi economica. Ma queste misure, nate come temporanee, persistono da decenni, creando una evidente disparità: mentre i privati ricevono subito quanto dovuto, i pubblici subiscono perdite reali dovute all’inflazione, stimate fino a 17.000 euro su un TFS medio di 86.000 euro, secondo calcoli sindacali.
La Corte Costituzionale ha più volte criticato questa prassi
Nella sentenza 159/2019, la Corte Costituzionale ha esortato il Parlamento a riformare una disciplina obsoleta; nel 2023, con la n. 130, ha definito i ritardi sproporzionati, violando l’articolo 36 della Costituzione sulla giusta retribuzione, inclusa la sua tempestività. L’udienza del 10 febbraio, su ricorsi da TAR Lazio e Marche, ha riacceso il dibattito. La sentenza è attesa entro fine mese o marzo, ma già emergono polemiche sulla memoria difensiva dell’INPS, che ha sostenuto il differimento anche per prevenire “spese irrazionali” da parte dei pensionati – una tesi paternalistica bollata come offensiva dai sindacati.
Nel frattempo, chi non può aspettare opta per anticipi bancari fino a 45.000 euro, a tassi intorno al 3-4%: un finanziamento che garantisce liquidità immediata, ma fa guadagnare interessi alle banche mentre i lavoratori evitano solo parzialmente la svalutazione inflattiva. La Legge di Bilancio 2026 ha ridotto alcuni termini a 9 mesi dal 2027, ma eliminando uno sconto fiscale compensativo, aggravando la beffa. Mentre lo Stato trattiene fondi come prestito forzoso, i pensionati pagano il prezzo di una burocrazia che privilegia i conti pubblici rispetto ai diritti individuali. E’ quanto ci spiega in diretta a Lavori in Corso Raffaele Trivellini, giuslavorista.









