Ancora un figlio di Roma, ancora un fiore sbocciato e cresciuto nei campi di Trigoria. Ma non tutti i fiori cercano subito la luce.
Niccolò Pisilli cresce nel vivaio giallorosso vincendo e aspettando. I trofei giovanili raccontano un percorso ordinato; il giocatore, però, emerge solo quando il calcio smette di proteggerti.
Il primo a metterlo davanti a una partita vera è José Mourinho. Roma-Inter, 6 maggio 2023. Pochi minuti dentro una gara già carica di tensione, senza cornici protettive. Pisilli entra e non prova a farsi notare. Si limita a stare dentro l’azione, a non alterarne il ritmo. Il pallone passa anche da lui, ma senza fermarsi: come se il suo compito fosse farlo arrivare dove deve, non trattenerlo.
Con Daniele De Rossi, il contesto cambia. All’Allianz Stadium, contro la Juventus, Pisilli parte per la prima volta dall’inizio.
In una partita che non concede margini, non cerca strappi né protagonismi. Si muove tra le linee come un punto di equilibrio, riducendo le distanze, semplificando le scelte. Non lascia giocate memorabili, ma la sensazione di non aver mai fatto mancare nulla.
Poi la linea si spezza.
Con l’arrivo di Gasperini, Pisilli finisce ai margini. Gioca poco, osserva molto. È una bocciatura iniziale che riguarda la completezza, non il talento. Ed è qui che il percorso cambia.
Gasperini lavora su di lui. Ne alza l’intensità, la continuità, l’impatto senza palla. Pisilli non aspetta che il gioco lo accolga: si adatta, si struttura, si irrobustisce.
Quando assenze e infortuni aprono uno spazio, entra perché deve. E resta perché convince.
Contro il Cagliari, mentre le copertine vanno — giustamente — a Donnyel Malen, il suo contributo vive nelle pieghe della gara: verticalizzazioni, contrasti vinti, intercetti, recuperi che tengono insieme il centrocampo.
Da possibile partente a risorsa interna, Pisilli non è una rivelazione improvvisa. È la dimostrazione che, nel calcio, il talento può farsi notare subito — ma la solidità va costruita.










