“Temevo fossero tangenti ai fedelissimi di Conte” ▷ Audizione fiume di un fornitore di mascherine

"Temevo per la trasparenza di quegli affari": in Commissione Covid Buini rilancia i sospetti sul mascherina-gate.

Si chiama Giovanni Buini, e avrebbe dovuto fornire mascherine al governo sul finire del primo anno di pandemia. Avrebbe dovuto, perché quelle mascherine non arrivarono mai: non è la solita storia di inefficienza usuale in terra italica ma di prevenzione. Da cosa? Un timore.
Perché a un certo punto l’imprenditore che fornisce dispositivi di sicurezza sul lavoro ha un leggerissimo sospetto: teme che il corrispettivo richiesto da due “fedelissimi” della struttura commissariale non sia totalmente trasparente.

E’ l’amico Mattia Fella che lo mette in contatto con i collaboratori commissariali Gianluca Esposito e Luca Di Donna, che gli si sarebbero presentati come “fedelissimi” nientemeno che di Giuseppe Conte. E in effetti sembra lo siano.
Non a caso Buini viene convocato proprio nello studio legale di Guido Alpa, maestro dello stesso Di Donna e di Conte, ma l’imprenditore non trova i metodi e i termini dell’accordo altrettanto istituzionali. Fiutata – giustamente – la portata di un giro d’affari fiorente in quel disgraziato 2020, lui va volentieri ad ascoltare la proposta dei collaboratori del governo, ma alla fine si tirerà indietro per motivi inizialmente non specificati.

Cifre esorbitanti“, dice qualche tempo dopo – preoccupato – ai microfoni di Report. Ma allora quale sarebbe la preoccupazione? Proprio la trasparenza di quelle cifre.
“Occorre una consulenza per giustificare un corrispettivo del genere in un contratto di consulenza”, specifica Alice Buonguerrieri (FDI) durante l’interrogatorio. Corrispettivo che pare Esposito e Di Donna potrebbero implicitamente aver richiesto, ma giustificarlo è un’altra cosa, e Buini è preoccupato. “Per una materia complessa come quella della pandemia le consulenze possono essere molteplici”, dice Buini qualche tempo dopo in Commissione Covid, ma a Palazzo San Macuto, interrogato da Buonguerrieri, su questo non vuole sbilanciarsi: a domanda precisa se fossero previste delle percentuali sulla vendita di quelle mascherine, smorza le accuse: “Non voglio essere impreciso, sono temi molto delicati”. Poi però, di aver avuto paura di un accordo del genere, lo conferma: “Altrimenti non avrei perso l’opportunità più grande che mi sia capitata“.
Nulla dimostra ancora che si trattasse di vere e proprie tangenti, lui lo ha temuto rinunciando a un affare da 13 milioni di euro.
“La Procura di Roma ritiene che questi fatti non siano penalmente rilevanti”, commenta Buonguerrieri, “noi li riteniamo fatti gravi che comprovano che mentre gli italiani morivano, c’erano spregiudicati che facevano affari ai danni dello Stato”.

Nel video l’estratto dall’audizione in Commissione Covid.