La premessa, doverosa, è che mentre scriviamo ci sono una serie di scenari in evoluzione: sia sul fronte del mercato che per quanto riguarda gli incontri e i confronti. I concetti che vogliamo evidenziare non corrono, però, il rischio di risultare datati, a cominciare dalla considerazione sul modo di porsi (o di evitare di farlo, come ieri a Lecce) di Gian Piero Gasperini nei momenti in cui si alza la soglia della tensione. Conosciamo le sue ruvidezze e la sua intransigenza, anche dialettica, quando vuole rivendicare una causa che gli sta a cuore, una causa o un concetto da ribadire. A sessantasette anni, non gli si può chiedere di essere diverso da ciò che è sempre stato.
Non rilasciando dichiarazioni al termine della gara dello stadio “Via del Mare”, vinta e autografata da due gol che portano firme non casuali per gli spunti che offrono al dibattito, il tecnico della Roma compie, contemporaneamente, due operazioni: normalizza con il proprio silenzio un post partita che sarebbe potuto diventare rovente a prescindere dal risultato e, attraverso il silenzio, ottiene un “rumore” forse maggiore di quello che avrebbero generato un paio di battute polemiche.
Chi dovesse aver pensato, anche solo per un istante, che la vittoria di Lecce con i gol di Ferguson e Dovbyk potesse rilassare gli animi e alzare la soglia della pazienza, evidentemente non ha capito nulla del modo col quale Gasperini ha progressivamente migliorato le sue squadre e ottenuto risultati: i trentasei punti e la vicinanza al vertice, nel suo modo di concepire gli obiettivi, non evidenziano il buono che già è stato fatto, ma ciò che è mancato per poter fare di più. Ecco perché i tifosi, all’unanimità o quasi, stanno con lui.










