«La radio è come il vecchio cassettino che le nostre nonne usavano per custodire i gioielli: è essa stessa un gioiello che parla».
Sebbene uno come Antonio Diomede abbia una storia molto affine, questo non ne fa un parere di parte, ma un fine conoscitore di un media che amiamo.
«Così, per non perdere la memoria, mi sono affrettato a scrivere, perché spesso devo rileggermi per ricordare ciò che ho scritto il giorno prima. “Lo scrigno parlante” nasce proprio per questo: è dedicato agli editori di seconda e terza generazione, per non dimenticare. La nostra indipendenza deriva dalle lotte di chi ci ha preceduto e che, pur avendo combattuto, non ha lasciato tracce scritte».
Si tratta di un libro che racconta nel profondo gli accadimenti del Paese e il contesto politico in cui si sono sviluppate quelle battaglie. Della radio si è parlato in molti modi: delle invenzioni, di Marconi, dei DJ, degli artisti. Si è scritto molto su chi lavorava nella radio, ma non sul momento politico che ha reso possibile la sua indipendenza.
«Quell’indipendenza nasce nell’annus terribilis del 1976, segnato dal compromesso storico e da una crisi internazionale gravissima», dice il presidente della REA (Radiotelevisioni Europee Associate), «Gli Stati Uniti arrivarono a minacciare l’espulsione dell’Italia dalla NATO se i comunisti fossero entrati nel governo. Al G7 del giugno 1976, a Porto Rico, l’Italia venne esclusa deliberatamente: una decisione ufficiale, discussa a livello mondiale, che aggravò ulteriormente la crisi economica e politica del Paese.
In quell’anno drammatico, l’unico fatto positivo fu la decisione della Corte Costituzionale. Il governo, allora guidato da Aldo Moro e poi da Giulio Andreotti, comprese che bisognava intervenire, mentre movimenti di destra e di sinistra iniziavano a occupare l’etere. Prima che l’etere venisse preso in modo piratesco, la Corte stabilì di aprirlo a tutti, sancendo di fatto la nascita dell’emittenza libera.
Fu una scelta politica precisa, voluta da Moro, che in un famoso discorso parlò della necessità di liberare l’etere, seppur limitatamente all’ambito locale, come strumento di crescita, unione e sviluppo del Paese. Dopo le dimissioni di Moro, Andreotti portò avanti quella decisione, inserendola in agenda e conducendola fino in fondo.»
Nel video l’intervista di Fabio Duranti a ‘Un Giorno Speciale’.










