L’IDF l’ha finalmente ammesso: le vittime certificate dall’inizio del conflitto nella Striscia di Gaza sarebbero circa 70.000.
È questa la notizia che il 29 gennaio ha iniziato a circolare su molte testate giornalistiche occidentali, ripresa inizialmente dalla stampa israeliana e poi rilanciata a livello internazionale. Quasi immediatamente, però, sono arrivate le smentite sui social network, in particolare su X, dove numerosi utenti hanno parlato di una vera e propria fake news: secondo queste ricostruzioni, l’IDF non avrebbe mai confermato ufficialmente quel numero e la notizia sarebbe frutto di un’errata interpretazione di un articolo di Haaretz, poi amplificata dai media esteri.

Ma è davvero così semplice liquidare la questione come disinformazione? La risposta è no.

È vero che Haaretz, quotidiano israeliano noto per la sua linea fortemente critica nei confronti del governo Netanyahu, è stato tra i primi a parlare di una stima interna dell’esercito israeliano che porterebbe il numero complessivo delle vittime a circa 70.000. Tuttavia fermarsi a questo dato, sottolineando l’orientamento politico del giornale, significa ignorare un elemento fondamentale: la stessa informazione è stata riportata anche da testate molto diverse per linea editoriale. Il Jerusalem Post, tradizionalmente considerato più vicino alle posizioni governative, ha confermato l’esistenza di valutazioni interne simili, mentre il Times of Israel ha aggiunto ulteriori dettagli sul contesto in cui questa stima sarebbe emersa.

Secondo queste ricostruzioni, l’ammissione non sarebbe avvenuta tramite un comunicato ufficiale, ma nel corso di un briefing riservato tenutosi mercoledì 28 gennaio, durante il quale funzionari dell’IDF avrebbero riconosciuto che il bilancio complessivo delle vittime a Gaza si aggira intorno alle 70.000 persone. In quella stessa occasione sarebbe stato precisato che circa 25.000 dei morti sarebbero combattenti di Hamas, mentre la maggioranza — oltre 40.000, secondo alcune fonti — sarebbe composta da civili. Numeri che, pur con differenze e margini di incertezza, risultano sostanzialmente in linea con quelli diffusi da mesi dal Ministero della Salute di Gaza e ritenuti credibili anche da diverse agenzie delle Nazioni Unite.

Il punto centrale, però, è un altro. L’assenza di una dichiarazione ufficiale firmata dall’IDF non rende automaticamente falsa la notizia. In ambito giornalistico, soprattutto quando si parla di questioni militari e di sicurezza, l’uso di fonti anonime o confidenziali è una pratica legittima, purché supportata da verifiche incrociate e dalla reputazione delle testate che pubblicano l’informazione. Reuters, ad esempio, ha riportato la notizia citando fonti israeliane di alto livello, sottolineando allo stesso tempo che l’esercito non ha ancora diffuso un dato ufficiale definitivo.

Esiste comunque una smentita, ed è importante dirlo chiaramente. Un portavoce dell’IDF ha dichiarato sul proprio profilo personale che le cifre riportate dai giornali non rappresentano una posizione ufficiale dell’esercito israeliano. Una presa di distanza che contribuisce ad alimentare la confusione, ma che non equivale a una confutazione puntuale dei numeri emersi, bensì alla loro mancata formalizzazione.

A questo punto ci troviamo di fronte a una dinamica classica: fonte contro fonte. Da un lato, più testate israeliane e internazionali, con orientamenti politici differenti, che convergono su una stessa stima; dall’altro, l’IDF che nega di averla ufficialmente certificata. In mezzo, l’opinione pubblica, spesso intrappolata in un meccanismo di wishful thinking, ovvero la tendenza ad accettare o rifiutare una notizia non in base alla solidità delle fonti, ma a seconda di ciò che si desidera sia vero.

Definire automaticamente questa notizia una fake news significa semplificare eccessivamente una realtà molto più complessa. Non siamo di fronte a un dato ufficiale scolpito nella pietra, ma nemmeno a un’invenzione priva di riscontri. Siamo, piuttosto, davanti a una stima credibile, emersa da fonti interne e confermata da più testate autorevoli, che l’esercito israeliano non ha ancora scelto di assumere formalmente come propria.

Come spesso accade nei conflitti, la verità non arriva sotto forma di un comunicato netto e definitivo. Sta a ciascuno di noi, spettatori e lettori, tenere insieme tutti questi elementi e farsi un’idea consapevole, senza cedere né alla propaganda né al desiderio di liquidare ciò che è scomodo come semplicemente falso.