Quando il nebbione si dirada, si vede anche il Parma: non è un modo di dire; è ciò che accade dal momento in cui la gelida bambagia si solleva un po’ dall’erba intirizzita del “Tardini”. Per i primi venti, venticinque minuti, la numerazione fosforescente delle maglie interiste risalta sul lattiginoso sfondo padano, con il palleggio reiterato di Calhanoglu e compagni che occupa la metà campo parmense.
Poi, quando il manto verde ricompare negli schermi di mezza Italia, le ripartenze di Bernabe e Oristanio portano varietà nei contenuti, pur senza dimenticare il tiro al bersaglio dei nerazzurri nei confronti di Corvi, il quale a pochi giri di lancetta dall’intervallo viene battuto in modo beffardo da Dimarco, servito da un Esposito molto efficace nella copertura del pallone e per le giocate con cui confeziona una serie di ultimi passaggi a beneficio dell’inserimento dei compagni.
Autorevole la prova di Akanji in difesa; meno ispirato del solito Sučić palla al piede, oltre che impreciso alla conclusione.
Quando la nebbia, quella vera e non quella imitata dai fumogeni, si riprende la scena, l’Inter sta già veleggiando verso tempi di gioco ideali per far correre a vuoto il Parma, pur se la pressione offensiva degli uomini di Chivu non è certo asfissiante.
Quando arrivano in sequenza Barella, Zielinski e Thuram in luogo di Sučić, Calhanoglu ed Esposito, tutta l’Italia non interista si ricorda, ammesso che lo avesse dimenticato in precedenza, che l’organico che hanno a disposizione i nerazzurri non ce l’ha nessun altro.
Quando se ne vanno anche gli ultimi minuti, al confine tra l’ostinazione dei padroni di casa e il controllo degli ospiti, va in archivio una di quelle gare che le provinciali chiudono con dignità e le grandi fanno in modo di vincere, raddoppiando all’ultimo granello di clessidra.
Paolo Marcacci










