Yara, dalle telefonate alla strada “sbagliata” tutti i dubbi su Bossetti

YARA

Per Massimo Giuseppe Bossetti sono solo coincidenze. Il fatto che percorresse la strada più lunga per tornare a casa dal cantiere di Palazzago, passando così proprio davanti alla palestra di Brembate, che la sera del 26 novembre 2010 il cellulare si scaricò completamente dopo l’ultima telefonata delle 17,45 al cognato Osvaldo, che andasse almeno due volte alla settimana al centro estetico “Oltremare”, a due passi da casa Gambirasio. Nell’interrogatorio davanti al gip il muratore di Mapello ha ripetuto: «Non sono stato io a uccidere Yara, non ne sarei capace». Ma pur negando ha risposto a tutte le domande, fornendo la sua versione, che ora sarà messa a confronto con quelle dei testimoni. In tre anni e mezzo di inchiesta la Procura ha raccolto 24 mila pagine di atti e alla luce dell’arresto di Bossetti sono già ricominciato gli interrogatori.
CANTIERE E PARABOLE
L’assidua presenza del manovale nel paese di Yara, secondo l’accusa, avvalorerebbe il sospetto che Bossetti desse la caccia a Yara. In chiesa, davanti alla palestra, nel solarium dietro via Rampinelli. L’uomo nega e fornisce una spiegazione: «Andavo spesso a Brembate perché lì abita mio fratello e c’è il mio commercialista». Fabio Bossetti però dice che, in realtà, si vedevano di rado, «Massimo è un tipo solitario», mentre il commercialista afferma che il muratore si presentava nel suo studio non più di una volta al mese. Altro punto da approfondire secondo il gip è la questione delle parabole delle tv, che Bossetti ricorda di aver visto davanti al centro sportivo il giorno in cui Yara sparì: «Affermazione che andrà verificata, dato che la denuncia della scomparsa avviene la mattina del 27.11.2010, quindi difficilmente tali furgoni dotati di parabole possono essere collegati a mezzi di telecomunicazioni ivi presenti a causa della scomparsa di Yara Gambirasio», specifica l’ordinanza. E poi c’è una pregressa, fugace conoscenza tra Bossetti e Fulvio Gambirasio, papà di Yara. «L’ho incrociato una volta nel cantiere di Palazzago, quando la figlia era già scomparsa», sostiene il manovale. Gambirasio conferma, ma non ricorda dove l’ha visto. Mentre a Paolo Gamba, titolare della ditta per cui ha lavorato il padre di Yara, la versione di Bossetti non torna: «A Palazzago abbiamo fatti parecchi cantieri, ma sicuramente non l’ho mai incontrato nelle nostre strutture. L’ho incrociato una volta circa quindici anni fa, quando era assunto per una ditta di Mapello. A memoria non ricordo nulla e credo che neanche Fulvio l’abbia mai visto sul posto di lavoro». Ma ciò che ancora manca è qualcuno che abbia visto Yara e Bossetti insieme, elemento che con il dna incastrerebbe Bossetti.
SEQUESTRATE LE FATTURE
Insomma, poiché il profilo genetico da solo non basta a dimostrare che il muratore è l’assassino di Yara i carabinieri sono a caccia di prove. Sabato sono stati anche a Chignolo d’Isola, nell’azienda in cui Bossetti si riforniva per il suo lavoro e si sono fatti consegnare le fatture del 2010 relative al calcestruzzo. L’obiettivo è comparare i residui trovati sul corpo della ragazzina con il materiale acquistato dal manovale. La professione di Bossetti infatti, scrive il gip in relazione ai gravi indizi, è «da mettere in relazione con gli accertamenti tecnico-scientifici che hanno riscontrato la presenza sul corpo e su alcuni indumenti, unitamente al livello dell’albero bronchiale, di Yara Gambirasio di polveri riconducibili a calce, che del tutto verosimilmente rappresentano il frutto di contaminazione dovuta al soggiorno della stessa in un ambiente saturo di tali sostanze ovvero dovuta ad un contatto con parti anatomiche (più facilmente mani) o indumenti indossati da terzi imbrattate di tali sostanze». Conclusione del gip: «Bossetti opera nel campo dell’edilizia quindi sia le sue mani, sia i suoi indumenti, sia i luoghi dallo stesso frequentati (ad esempio il furgone) possono essere contaminati da tali sostanze».

Il Messaggero