Via il segreto bancario anche in Vaticano

VATICANO

Colloqui, consultazioni, scambi. Vanno avanti da un paio d’anni ma ultimamente c’è stata una accelerata. Coinvolgono lo Ior, l’Aif, ovvero l’autorità di vigilanza finanziaria vaticana, la Segreteria di Stato, e il corrispettivo Uif, l’Unione di informazione finanziaria della Banca d’Italia. Forse la svolta decisiva, quella definitiva, stavolta è davvero all’angolo. Ed è destinata a mettere fine ad un percorso talmente accidentato da aver messo in passato a dura prova le relazioni tra Vaticano e Italia.
I tempi in cui la Santa Sede rifiutava di rispondere alle rogatorie e dare informazioni sembrano allontanarsi. Questione di poco. Parola del premier Matteo Renzi che in una intervista all’Espresso ha annunciato l’imminente passaggio: «Non c’è solo l’accordo fiscale con la Svizzera – ha dichiarato – Spero di recuperare un po’ di denari anche dal Vaticano». Come dire che la trattativa procede di buon ritmo. «Stiamo discutendo. Quello che abbiamo fatto con la Svizzera, con Montecarlo e il Liechtenstein adesso vogliamo farlo anche con il Vaticano. Ci sono molti nomi italiani coinvolti e credo che la Santa Sede sia interessata a fare un repulisti».
PULIZIA
Il percorso di trasparenza che sicuramente avrebbe tanto voluto portare avanti Benedetto XVI (è a lui che si deve l’istituzione dell’Aif), all’interno di un una banca descritta come il porto delle nebbie dai magistrati che avevano a che fare con le rogatorie, sta andando a buon fine. Insomma, una svolta positiva sotto il segno di Papa Francesco, un accordo in materia di segreto bancario e fisco, che farebbe superare definitivamente le opacità riguardanti capitali italiani nascosti all’erario attraverso lo Ior o l’Apsa. Il confronto in atto, spiegano al di là del Tevere, riguarda non tanto la posizione di singoli privati, titolari di conti correnti, quanto la movimentazione finanziaria verso Paesi terzi, condotta dalla Case generalizie degli Ordini religiosi, realtà complesse che per la gestione del loro denaro ed il ruolo svolto da un punto di vista economico si configurano come una sorta di «holding». Quasi tutte con sede a Roma o in Italia ma responsabili di flussi finanziari in tutti i continenti, spesso in aree del mondo calde, dove si concentra la presenza di missionari e missionarie. Più che di conti correnti sospetti, dunque, l’attenzione si sta spostando su movimentazioni potenzialmente rischiose in cui, a volte, si potrebbe perdere di vista il beneficiario.
In questi anni il lavoro della società di revisione Promontory incaricata di passare a setaccio tutti i conti correnti presso lo Ior, ha portato alla chiusura di un migliaio di posizioni (su un totale di 18 mila correntisti).
LO SCREENING
Sulla carta la situazione si può dire normalizzata. Possono, infatti, essere titolari di conti correnti solo persone con determinate caratteristiche (dipendenti, ecclesiastici, enti religiosi). La collaborazione tra Italia e Santa Sede proprio per limitare il segreto bancario si dovrebbe concentrare dunque sulle movimentazioni di denaro sospette, riguardanti realtà della Chiesa operanti all’estero. Per intenderci non più il caso del politico che puliva una tangente o dell’imprenditore che nascondeva i soldi all’ombra del Cupolone attraverso una donazione, come poteva accadere prima. Ormai tutti i conti non pertinenti sono stati chiusi. La breccia a fini fiscali che potrebbe aprirsi nel segreto bancario per la storia del Vaticano rappresenta un cambiamento di grande significato, pensando soprattutto a quanto finora Oltretevere sia stato custodito gelosamente il principio della «sovranità» dello Stato. Alla fine la linea imposta in maniera decisa da papa Francesco ha avuto la meglio e sta abbattendo anche le ultime resistenze. Il cardinale George Pell lo aveva fatto capire un po’ di tempo fa: «Risolveremo anche questo, magari non oggi, ma in un prossimo futuro».

Il Messaggero