Squinzi: tregua con Renzi ma non ci usi come alibi

SQUINZI

Bandiera bianca per provare a stemperare le tensioni, ma davvero molta preoccupazione per l’atteggiamento del premier verso le parti sociali.

Giorgio Squinzi lascia passare un intero fine settimana dopo le battute al vetriolo – le ennesime – di Renzi sulla «palude» dove sindacati e Confindustria stanno alla pari e sulla «strana coppia» formata per l’appunto da Squinzi e Camusso.

Poi ieri pomeriggio, approfittando della presentazione di un libro nella sede del Sole 24 Ore e dopo aver accuratamente scelto le parole con i suoi consiglieri, detta in due sole frasi la sua proposta di tregua al premier: «La contrapposizione che sta montando in questo momento è essenzialmente mediatica e non corrisponde alla nostra visione. Posso garantire fin d’ora che saremo i sostenitori più leali del governo in attesa delle riforme e di vederle applicate».

Torna il sereno, dunque, almeno tra Confindustria e il premier? Difficile pensarlo. Dietro le parole distensive di Squinzi, spiegate anche come esigenza di sottrarsi a un estenuante ping pong di battute e dichiarazioni, c’è una forte preoccupazione. Detto in sintesi, come spiegano fonti confindustriali, il libro delle promesse mostrato da Renzi appare troppo ricco per essere realizzabile in modo integrale. E al di là del fatto che gli imprenditori sono già stati scottati dalla scelta di privilegiare la riduzione dell’Irpef a quella dell’Irap, ora temono che il presidente del Consiglio si stia già prefigurando un alibi – quello delle forze della conservazione che non lo hanno lasciato operare fino in fondo – se le cose dovessero andargli storte. Un’interpretazione che anche parte del sindacato condivide.

In ogni caso la parola d’ordine è quella di giudicare sui risultati, senza aperture di credito preventive: «Al di là di una carica di fiducia e di entusiasmo, che pure è essenziale dopo anni di depressione non solo economica, al Paese e alle imprese servono risposte concrete» dice ancora Squinzi, chiedendo anche «il rispetto delle promesse» a cominciare dai pagamenti della Pubblica amministrazione. Come si spiega nelle retrovie confindustriali, nel frattempo il giudizio su Renzi resta sospeso: «Dobbiamo ancora capire se questo è il primo politico della Terza Repubblica o l’ultimo della Seconda». Alcuni elementi non rassicurano: ad esempio il fatto che ad oltre un mese dal suo insediamento il presidente del Consiglio non abbia ancora nominato a Palazzo Chigi i capi di dipartimenti chiave come quello giuridico o quello economico, o ancora la circostanza che in un intero mese di governo sia stato varato un solo decreto, quello sul lavoro, peraltro pubblicato in Gazzetta Ufficiale oltre una settimana dopo il suo annuncio.

Anche da parte governativa, comunque, le lamentele verso Confindustria non mancano. La più accesa – Renzi ha avuto modo di ripeterla a molti interlocutori in questi giorni – sta nell’intervento a gamba tesa di Squinzi su una Merkel che lunedì della settimana scorsa non avrebbe accolto il nostro premier «a baci e abbracci». «Come fa Squinzi a parlare di un incontro privato al quale non era, visto che ha partecipato solo alla cena seguita a quell’appuntamento?», si è chiesto e ha chiesto il presidente del Consiglio.

Incomprensioni che il numero uno di Confindustria vorrebbe adesso archiviare puntando più decisamente su una linea – che Squinzi segnala del resto essere in continuità con quella tenuta già con i governi Monti e Letta – che si limiti a registrare e valutare i provvedimenti, senza alcuna nostalgia per quella concertazione che Renzi vuole seppellire in modo definitivo. Ma in ogni caso e anche di fronte a questa bandiera bianca – si ragiona in ambienti confindustriali non riconducibili al presidente – è illusorio pensare che almeno fino alle elezioni europee del 25 maggio la campagna di attacchi del premier si fermerà. Polemica contro sindacati e Confindustria, più soldi in busta paga, misure annunciate sulle auto blu e sulle retribuzioni dei manager pubblici – per citare non a caso quattro temi che Renzi sta spingendo a ripetizione in questi giorni – sono altrettanti tasselli di una manovra che non è solo di comunicazione, ma che nella sostanza politica marca stretto l’elettorato grillino. Un’Opa ostile sui Cinque Stelle di cui anche Confindustria potrebbe essere chiamata, nei suoi rapporti con il governo, a pagare il conto.

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