Repubblicani avanti, Obama trema

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Notte elettorale difficile per i democratici quella di ieri sera. Nonostante gli sforzi dell’ultima ora e qualche raggio di speranza, i primi dati elettorali sembravano puntare su quella affermazione repubblicana che i sondaggi avevano previsto da settimane. Il primo a incassare la vittoria, peraltro largamente scontata, è stato Mitch McConnell, senatore del Kentucky, che dovrebbe diventare leader del Senato se oggi, finiti i conteggi, il suo partito conferma di aver vinto la maggioranza anche nella Camera Alta. Conservatori in vantaggio anche in South Carolina e Virginia, testa a testa invece in Georgia. Il Paese è andato alle urne per rinnovare la Camera, 36 seggi senatoriali e 36 governatorati. Gli exit polls hanno fotografato un Paese con sentimenti contrastanti, spaventato dell’ebola e del terrorismo, profondamente scontento dell’indirizzo del Paese, scoraggiato sull’economia. Il 65% ha infatti sostenuto che il Paese sta andando in direzione sbagliata, e il 54% ha detto di disapprovare l’operato del presidente Obama. Ma allo stesso temoo il 44% ha detto di approvarlo, e il 58 per cento ha detto di essere d’accordo con lui sull’amnistia ai clandestini, mentre il 58 per cento approvava l’azione militare contr Isis.
TUTTI IN FILA

Mentre diventava chiara la forte riconferma della maggioranza repubblicana alla Camera, entrambi i partiti hanno spinto i propri elettori a correre alle urne anche se era tardi. Difatti si sono create liunghe file, e nel Connecticut e in Florida i candidati hanno chiesto al giudice di ordinare che i seggi stessero aperti più a lungo. Si sono mobilitati anche gli avvocati, spediti a migliaia nei seggi, per le lunghe battaglie fino all’ultimo voto. Vari incidenti tecnici hanno difatti confermato che anche nell’unica superpotenza democratica la procedura del voto non sempre fila liscia: «Sono sicuro che in Kazaskistan votare è più facile» ha esclamato un esasperato texano dopo una fila di quasi due ore alle urne. E le attese e le file, per non parlare di varie situazioni in cui le macchine si sono “congelate”, sono avvenute nonostante la bassa affluenza alle urne e il grande disinteresse della maggior parte della popolazione verso queste elezioni di metà mandato. Uno scarso interesse che è stato indirettamente proporzionale invece ai costi: secondo il rispettato «Center for Responsive Politics», nella campagna elettorale sono stati spesi quasi 4 miliardi di dollari, un record assoluto.
In parte, hanno spiegato gli analisti, l’indifferenza è stata causata dagli stessi partiti. Sondaggi dopo sondaggi, l’opinione pubblica è stata bersagliata dalle previsioni che le mid-terms erano destinate a diventare una grande vittoria per i repubblicani, nonostante il fatto che il partito non abbia presentato un preciso piano di governo, ma abbia centrato tutta la sua campagna in un attacco continuo contro il presidente Barack Obama. Seppur obtorto collo, anche i democratici hanno ammesso che il voto era diventato un referendum sul presidente, e a loro volta, invece che sostenerlo, lo hanno abbandonato. Anzi, hanno cercato di allontanarsi da lui, almeno quelli che correvano negli Stati in bilico.
Il voto di ieri proponeva anche 147 referendum in 41 Stati. I più importanti riguardavano l’ammissione dell’uso della marijuana o come svago o come farmaco, l’obbligo di mettere un’etichetta sui cibi modificati geneticamente, l’aumento del salario minimo e l’imposizione di nuove restrizioni al diritto di aborto. Il risultato di queste consultazioni avrà come probabile conseguenza di approfondire la differenza fra gli Stati liberal (in genere quelli lungo le due Coste) e gli Stati più conservatori.

Il Messaggero