Renzi: «Quirinale abbiamo i numeri Fannulloni a casa anche tra gli statali»

renzi1

Conferenza stampa di fine anno lunga, colloquiale, densa di battute, molto in difesa di quanto fatto o messo in cantiere dal governo, quella di Matteo Renzi che, scontato il magro risultato del Pil nel 2014 (-0,4), conferma «ritmo» come la «parola chiave del 2015 per dare il senso del cambiamento e dell’urgenza di fare di tutto perché l’Italia riprenda il suo ruolo nel mondo». Primo obiettivo le riforme, «senza le quali non si riparte», ma che non bastano: «Bisogna – dice il premier – cambiare paradigma a livello Ue». Il piano Junker «è un primo passo ma non è certo sufficiente», c’è di mezzo – afferma il presidente del Consiglio – lo scomputo degli investimenti dal patto di stabilità: «E’ una nostra battaglia storica, nel semestre di presidenza italiana il principio è stato affermato ma non lo si è declinato. Vedremo se la richiesta verrà accolta dalla Commissione». «Chi vivrà vedrà», aggiunge Renzi che, comunque, si dice certo che «l’Italia ce la farà senza ombra di dubbio. C’è un impegno morale e se falliamo – dice ancora il premier – la colpa sarà tutta mia. Niente alibi».
PIOGGIA DI DOMANDE SUL COLLE
Costretto a difendersi senza entusiasmo da una sequela di domande sul Quirinale, Renzi concisamente afferma che «quando Napolitano deciderà di lasciare, ci sono i numeri per eleggere il successore». Per nulla preoccupato dalla «tenuta parlamentare» il segretario del Pd afferma di «essere nelle condizioni, quando sarà il momento, di esprimere un nome attorno al quale si coaguli la maggioranza prevista dalla Costituzione e l’affetto degli italiani». Il voto per il Colle viene comunque ritenuto dal premier «di grande importanza e rilievo istituzionale, ma non politico. Non è un voto di fiducia sulla maggioranza».
Di qui la considerazione che, anche a fronte di un’elezione frutto di un teso e prolungato scontro tra le forze politiche, non sarà il ritorno alle urne il prevedibile corollario: «Andare alle elezioni converrebbe a me, non all’Italia». Afferma Renzi, che poi sul jobs act è più prodigo di informazioni che sul Quirinale e, infatti, rivela che a togliere la norma sui dipendenti pubblici dalla legge è stato lui personalmente, e non perché «io non pensi che il sistema del pubblico impiego non vada cambiato», ma perché «non aveva senso inserirla in un provvedimento che si occupa di altro». Sarà la riforma Madia – aggiunge – a occuparsi a febbraio o marzo del settore pubblico, sul quale il premier ha idee precise e severe: «La mia idea è che chi sbaglia anche nel Pubblico paghi. Per chi non lavora bene perché non è messo nelle condizioni di farlo, la responsabilità è dei dirigenti, ma i cosiddetti fannulloni vanno mandati a casa. E’ giusto licenziare chi, nella Pubblica amministrazione, è assenteista o ruba». Dalla PA alla corruzione, di questi tempi, il passo è breve. E Renzi ricorda di aver chiesto un aumento delle pene: «Si deve restituire il maltolto, tutto e non in parte. Gli sconti si fanno al supermercato, non ai corrotti».
Difesa a spada tratta anche della legge elettorale: «E’ seria e garantisce governabilità». Quanto alla ”clausola di salvaguardia“ per farla andare in vigore nel 2016, «giusto porla alla fine, altrimenti sembra che non si voglia fare la legge». I 15 mila emendamenti annunciati? «Siamo esperti di ”canguri“ per neutralizzarli», la risposta di Renzi che, in proposito, consiglia al leghista Calderoli, «esperto di leggi elettorali – l’ultima che ha fatto era la ”porcata“ – di riposarsi un po’ questo giro». Chi, invece, secondo il premier, non può essere invitato a tenersi da parte, sia sulle riforme che nella partita per il Colle, è Silvio Berlusconi: «E’ del tutto fisiologico e normale che FI sieda al tavolo per l’elezione del capo dello Stato. Berlusconi, che è votato da alcuni milioni di italiani, è stato decisivo nel ’99 e nel 2013. Se poi qualcuno pensa che Forza Italia esista senza Berlusconi, auguri. E’ un’ipotesi che non può venire in mente neppure ai teorici del girotondismo più puro».

Il Messaggero