Platini bacchetta: «Italiani, smettetela di essere razzisti»

Michel_Platini

Diversità è globalizzazione e il calcio ne è lo scenario ideale. Parte da questo concetto l’Uefa che con il presidente Michel Platini – ieri a Roma per una due giorni sul tema del rispetto della diversità nel calcio – detta la linea per un futuro zeppo di slogan.

All’hotel Parco dei Principi ci sono duecento delegati, l’allenatore della Roma Garcia in incognito, il presidente della Lega Beretta, molti giornalisti da tutta Europa. E un rumoroso manipolo di italiani interessati soprattutto all’intervento di Andrea Agnelli, l’anti-Tavecchio. Scorrono le immagini dei calciatori di tutta Europa, ma proprio tutti. Nel superspot ci sono Bale, Ribery, Ozil, Puyol, persino il neolaziale De Vrij. Tutti. Tranne, guarda caso, un italiano. Pirlo arranca e superMario non è più lui. Così l’Uefa ha pensato di rimediare con l’arbitro Rizzoli, bella presenza e finale mondiale vissuta onorevolmente. «Dobbiamo essere onesti, il razzismo fa parte della nostra società e anche del calcio, che è lo specchio, spesso deformante, della nostra società. Diciamo che nei paesi del nord Europa l’hanno capito subito e si comportano meglio». Bacchetta subito Platini, che poi attacca «certi» dirigenti calcistici, naturalmante senza entrare troppo nel merito. «In questo nostro impegno come Uefa tra gli ostacoli che incontriamo ci sono i dirigenti delle squadre di calcio. Se devono lanciare campagne contro il razzismo, allora vuol dire che devono ammettere di avere un problema e dunque non si dannano l’anima. La via è lunga e ci saranno tranelli, ostacoli e opposizioni, ma prometto che persevererò sempre perchè il calcio include, accoglie e integra. Non discrimina e perseguita, è un fattore di progresso per la società». Amen.

Lo stereotipo del calcio come sport per chi è maschio, machista e bianco fa parte del passato e la Germania che vince con gli immigrati del sud del mondo ne è la prova. Si vince anche con i neri, insomma. «Questi fenomeni di razzismo si sono visti in molti luoghi, soprattutto qui in Italia. Il Milan l’anno scorso ha abbandonato un’amichevole dopo alcuni insulti razzisti, Mario Balotelli si è lamentato del trattamento che ha ricevuto e, recentemente, colui che è poi diventato presidente della federazione italiana ha pronunciato frasi che hanno sollevato stupore e riprovazione». Frasi sulle quali, sostiene, non è il caso di tornarci ora. «Ci sarà un’inchiesta dell’Uefa e vedremo quello che succederà». Sarà, ma la faccia di le roi Michel non promette granché bene per il nostro Tavecchio. Che in serata verrà accusato dai deputati del Partito democratico Khalid Chaouki e Laura Coccia di «imbarazzante assenza alla conferenza». Avrà dormito?

Ma è sempre la Germania a catalizzare l’interesse generale. Anche dell’attesissimo presidente della Juventus Andrea Agnelli che cita la nazione come esempio. Non se ne esce, occore batterli al più presto in una gara ufficiale. «Se l’Italia raggiungesse un livello di integrazione – afferma – sociale e sportiva, pari a quello della Germania ne trarrebbe vantaggio sia dentro che fuori dal campo. La squadra che ha vinto i Mondiali è composta da giocatori che non sono necessariamente nati nel paese. Il loro miglior capocannoniere di tutti i tempi, Miroslav Klose, è nato in Polonia ma è diventato un’icona per tutta la nazione. E se pensiamo alla nazionale italiana, ci sono alcuni giocatori con passaporto italiano ma di origini straniere che stanno diventando figure preminenti sia per la squadra che per la nazionale». E qui Agnelli si dimostra di manica larga se voleva riferirsi a tipi come Osvaldo e Balotelli. «Comunque l’educazione – chiude – è la miglior risposta alla discriminzione razziale».

Discriminazione raccontata, infine, dalla due volte argento olimpico nel salto in lungo Fiona May, ora a capo della commissione antirazzismo della nuova Figc. «Non ho avuto gravi problemi con il razzismo, però nella mia vita un paio di volte ho ricevuto degli insulti per il colore della mia pelle». Qui in Italia? «Non ve lo dico».

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