«Per battere il terrorismo pacificare subito la Libia»

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Da ministro degli Esteri, direbbe che abbiamo le prime vittime italiane dell’Isis? I jihadisti di Ansar al Sharia attivi in Tunisia si sono raccordati col Califfato? «Sono vittime innocenti di terroristi criminali. Poi è molto difficile – risponde il ministro Paolo Gentiloni – distinguere rigidamente tra Daesh (Isis, ndr) e terrorismo più tradizionale di matrice jihadista. Certamente siamo di fronte a un arco della crisi e della minaccia terroristica che attraversa molti Paesi del Mediterraneo e del Golfo. E, certo, c’è in Tunisia una presenza storica di Ansar al Sharia. La sua messa fuori legge ha indotto un elevato numero di terroristi a lasciare il Paese e a disperdersi come foreign fighters in diversi altri Paesi. E questo ha prodotto incroci con il Daesh». Ma qual è la rivendicazione vera dell’attacco? «La situazione disordinata che le ho descritto spiega perché ci siano state diverse rivendicazioni, nelle quali vecchio e nuovo terrorismo sembrano confondersi». Il bersaglio era la Tunisia o anche i turisti e quindi gli italiani? «Anzitutto la Tunisia, come Paese simbolo di quello che il terrorismo fondamentalista islamico teme più di ogni altra cosa: la democrazia e una democrazia pluralista. La Tunisia infatti è un esempio di Paese che dopo la primavera araba ha conosciuto un’alternanza di governi a guida laica e islamica e nel cui attuale esecutivo, a guida laica, c’è un ministro del Lavoro espresso dal partito islamico moderato. È questa collaborazione democratica lo spauracchio del terrorismo islamista che a mio avviso si è voluto colpire, attaccando sia il Parlamento sia un’attività economica fondamentale, cioè il turismo». La Tunisia confina con la Libia. L’idea italiana di perseguire un accordo tra le parti in Libia non confligge con quella di Egitto e forse Francia di far prevalere militarmente la componente di Tobruk sulle fazioni rappresentate a Tripoli e Misurata? «Assolutamente no. Il sostegno al negoziato e all’accordo che sta cercando di raggiungere l’inviato dell’Onu Bernardino Leon è stato condiviso dalla Francia in seno all’Unione europea e dall’Egitto nei rapporti bilaterali. Naturalmente, il lavoro delle Nazioni Unite deve mirare a mettere insieme il maggior numero di componenti possibili nel contesto libico». E questa è una prospettiva praticabile? È realistico? «Lo è sicuramente tra il Parlamento di Tobruk, che noi riconosciamo, e Misurata. E penso che la porta debba essere aperta anche a Tripoli. È chiaro che se c’è una base d’accordo almeno del 60 per cento delle componenti libiche, la comunità internazionale può investirci, altrimenti si limiterà a interventi di contenimento del terrorismo. È impensabile una pacificazione della Libia imposta da fuori senza alcuna intesa tra i libici». Il presidente Mattarella dice che non c’è molto tempo, il terrorismo va affrontato con urgenza. Anche il governo con il premier Renzi, lei e il ministro Pinotti, e Lady Pesc Federica Mogherini, insistono che il tempo si sta esaurendo. Scaduto il tempo, che cosa bisognerà fare? «Dire che il tempo scade non significa chiedersi che cosa bisogna fare dopo, ma adesso. A tutte le parti libiche e a tutti i Paesi della regione va detto in modo univoco e chiaro che ogni settimana che passa senza una base minima di accordo è una settimana che rischia di rafforzare la diffusione della minaccia terroristica». Il tempo conta, quindi… «Sì, non nel senso che bisogna passare al capitolo successivo ma nel senso di moltiplicare la pressione nella fase che stiamo attraversando». Gli attacchi a Tunisi dopo Parigi, Belgio, Danimarca, dimostrano che c’è una cadenza continua dei jihadisti. Che cos’altro dobbiamo aspettarci? «Il campanello d’allarme non è suonato per il museo del Bardo a Tunisi, era già suonato a Parigi e dopo. Siamo tutti consapevoli che l’emergenza attraversa tutto l’arco della minaccia terroristica in Europa come in Nord Africa. Le forze storiche del jihadismo si sono saldate con questo fenomeno nuovo del Daesh e con la capacità del Daesh di mobilitare all’interno di Paesi europei forze magari isolate, cani sciolti, lupi solitari». C’è da aver paura. «La consapevolezza della minaccia dev’essere altissima, ma non deve produrre comportamenti emergenziali o messaggi allarmistici. Il modo per rispondere, in Italia come in Francia, Belgio o Danimarca, è rafforzare la sicurezza, la vigilanza, l’attività dell’intelligence. Non è cambiare i modelli di vita come vorrebbero i terroristi. Non dobbiamo rinunciare alle nostre libertà: circolazione, movimento e libertà d’espressione. Noi non arretreremo di fronte alle minacce terroristiche». Ci saranno meno italiani che andranno a cuor leggero in Tunisia… «Allora la comunità internazionale dovrà dare un aiuto speciale alla Tunisia, che è un simbolo di quella che per noi è la frontiera. Nei prossimi giorni valuteremo se promuovere una conferenza di donatori a sostegno della sua economia. Oggi il cordoglio per le vittime italiane è il mio primo pensiero. È stato un colpo durissimo. Ma l’Italia resta un Paese sicuro, non lo rappresentiamo come se improvvisamente il Daesh fosse sul raccordo anulare di Roma». Nel quadro mediorientale, la vittoria di Netanyahu è una buona notizia o no? «Un ministro degli Esteri non considera buone o cattive le notizie sui risultati elettorali di un Paese amico. La buona notizia è che Israele è una grande democrazia e i suoi risultati elettorali vanno rispettati. Detto questo, il governo italiano ritiene che l’unica soluzione credibile della crisi israelo-palestinese consista nella sicurezza di Israele insieme alla nascita di uno Stato palestinese. Questa non è oggi l’opinione di Netanyahu. Noi rispettiamo il voto ma non rinunciamo alla nostra posizione». A quando il ritorno stabile in Italia di entrambi i marò? «Ci sono contatti tra i governi italiano e indiano alla ricerca di una soluzione soddisfacente. Ma i tempi troppo lunghi sono inaccettabili. Ho sollevato la questione con il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ringraziandolo per avere già parlato di questo con il premier Modi e chiedendogli di ulteriormente adoperarsi per superare questa crisi tra due Paesi importanti delle Nazioni Unite».

Il Messaggero