Messi alla Maradona Lo aspetta la storia e diventa capopopolo

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Messi è cambiato. Parla, adesso: «Possiamo vincere perché siamo forti, perché sappiamo soffrire, perché abbiamo fortuna. Possiamo vincere e vincere in Brasile sarebbe diverso». Prima taceva, Leo. Giocava coi piedi e col cervello, mai con la bocca. A 28 anni questo è il primo mondiale tutto suo. Perché quattro anni fa c’era Maradona in panchina. E se c’è Diego per quanto tu ti possa sforzare arriverai sempre secondo. Quella del Sudafrica era ancora l’Argentina di Maradona. Questa è la prima solo di Messi. Diego dice: «La Nazionale non può essere il Messi football team». Critica se stesso senza saperlo, perché nel 2010 fece così mettendogli in più il carico della sua presenza. Messi è libero, ora. Gioca in una delle più brutte argentine di sempre ma sa che è sua. È la trasformazione di un individualista in capopopolo, di un solitario in leader di un gruppo. Le parole servono a spiegarlo, le giocate a certificarlo: contro la Svizzera il 98,7 per cento delle azioni offensive dell’Argentina è passato dai lui. È il giocatore che finora ha creato più occasioni da gol in tutto il Mondiale. Destra, sinistra, centro. Messi c’è, ovvio. Uno che vale quaranta milioni, dicono gli argentini che hanno invaso il Brasile, riferendosi alla banale ma efficace considerazione che c’è un Paese intero che s’appoggia sulle sue spalle. Un Messia laico che ha imparato a trascinare i compagni e la gente: non è mai stato uno da folle, lo è qui in Brasile forse anche al di là della sua volontà. Gli tocca, lo fa.
È un Messi maradonizzato oltre il pallone. Nelle frasi, e nell’atteggiamento: gli argentini cantano la canzone che sta accompagnando il loro cammino, quella che ricorda ai brasiliani che i padroni in Sudamerica sono loro, che l’ultima volta che giocarono un Mondiale contro vinsero Diego e Caniggia. Ecco questo Messi batte la mano sul vetro del pullman, scandisce il ritmo, canta, sente il carico emotivo. Provoca, a suo modo. Per la prima volta lui contro il mondo e non lui nel mondo. Ecco perché è un Messi-Maradona. Il paragone lo accompagna da sempre e questo è il primo momento della sua carriera in cui ha senso farlo: perché questa Argentina assomiglia a quella del 1986. Allora c’era Diego e Burruchaga, adesso ci sono Messi e Di Maria. Allora c’era il Belgio in semifinale e oggi c’è il Belgio ai quarti di finale. E perché Leo ha scelto di cambiare: non più datemi la palla e ci penso io, ma datemi la palla ci penso io e poi parlo io. Protegge i compagni e bacchetta Sabella, come Diego proteggeva i compagni e bacchettava Bilardo. Il ct allora come oggi accetta: «Questa è una Nazionale in cui si può parlare. Ed è giusto che i leader parlino anche delle cose che secondo loro non vanno». È l’effetto del Mondiale del Brasile, questo. Messi lo sa: è passato troppo poco tempo dal Messico. Diego sta là, immortale oltre il campo, la storia, la leggenda. Leo ha una sola speranza per avvicinarlo, per rendere il confronto più accettabile, forse più umano: vincere in Brasile. Altrove sarebbe diverso, sarebbe di meno. Qui no. Qui c’è la sensazione degli argentini di poter fare la storia, di ricostruire un’identità nazionale attraverso il pallone. C’è il mondo che aspetta la finale Brasile-Argentina, un’attesa talmente scontata che il tabellone da un anno e mezzo le ha messe nei posti in cui si sarebbero potute incontrare solo in finale, al Maracanà. Il disegno qui diventa certezza. Oggi il Belgio dirà se Messi può bussare al portone della storia, poi l’Olanda o la Costa Rica, saranno l’anticamera prima del salotto di Rio. Messi traccia una linea che funziona per il pallone intero e soprattutto per lui. Diego sta là inarrivabile. Però sta anche qua: vicino, sente, ascolta, vede. Messi è libero per la prima volta davvero. Deve arrivarci e deve vincere. Non c’è un’altra strada.

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