Lupi in aula: «Il governo mi difende»

Trasmissione "Porta a Porta"

Che sarebbe stato uno dei giorni più lunghi della sua vita Maurizio Lupi lo aveva chiaro prima ancora di farsi il nodo alla cravatta. L’ultimo da ministro? Respiro profondo e via. Non è ancora il momento di dare (e darsi) certe risposte. È un giorno da linea Maginot, deve essersi detto, guardandosi allo specchio.
L’agenda è rimasta la stessa. Come se intercettazioni, carte dell’inchiesta, arresti, fango non ci fossero mai stati. Tutto invariato, dunque: volo Alitalia, ore 9, destinazione Milano. E all’aeroporto di Fiumicino la prima sorpresa: l’incontro ravvicinato con la troupe di Servizio pubblico e la prima intervista involontaria.
VIA CRUCIS

Da quel momento in poi è partito il rullo e non si è fermato più. L’arrivo a Linate, il trasferimento a Rho per l’inaugurazione di Made Expo, rassegna dell’architettura, del design e dell’edilizia. Un’abbuffata di serramenti, hi tech, materiali da costruzione gli passano davanti agli occhi in dissolvenza con i suoi pensieri. Il tempo di girare i padiglioni con il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, fermarsi agli stand, abbozzare una dichiarazione formale, «bisogna far ripartire l’industria, la sfida che avevamo lanciato comincia a dare i risultati» e poi si inizia a ballare.
Telecamere e i flash lo aspettano più avanti, insieme alla madre di tutte le domande: si dimetterà? «Renzi non mi ha chiesto nessun gesto spontaneo, io credo che sia assolutamente doveroso da parte di un ministro rispondere in Parlamento alle legittime domande che sono sorte dall’inchiesta di Firenze. E in questo modo si possa andare in Parlamento così che io possa spiegare le ragioni delle scelte fatte in questi 18 mesi».
IL PROCESSO

Calca, spintoni, qualche urlo: «Dimettiti!». Domande buttate lì: «Che fai, il Rolex lo restituisci?». Risposta: «Se mi fosse stato dato un orologio da ministro non lo avrei accettato». Un operatore con la telecamera sbatte contro l’arredo di un stand. L’espositore si infuria. Vede Lupi. S’ode un «ma almeno quel vestito è tuo?». E il ministro: «Non ho bisogno che nessuno mi regali gli abiti». È un brutto quarto d’ora, c’è tensione. «Ribadisco, non ho fatto pressioni per chiedere l’assunzione di mio figlio. Non può essere un peccato aver scelto di fare ingegneria quando ancora non mi sognavo di fare il ministro. Per mio figlio Luca parla il curriculum e il 110 e lode». Tornano alla mente le monetine del Raphael, la statuetta contro Berlusconi, il rischio che l’esposizione fisica comporta in questi casi. Invece tutto si risolve in una – non trascurabile – jacquerie: un processo a cielo aperto, celebrato all’istante e al quale Lupi non si sottrae. «Io chiedo scusa innanzitutto alla mia famiglia, ai miei amici, alle persone che credono in me e quindi agli italiani. Se avessi fatto o se fosse riscontrato che abbia fatto qualsiasi gesto che sia sbagliato e irresponsabile, finché io ritengo di non aver fatto nessuno di questi gesti, quando si dimostrerà esattamente l’opposto ne prenderò atto, perché sarebbe giusto non solo prendere atto ma anche chieder scusa a tutti».
La prima tappa della personalissima via crucis del ministro sta finire. E Lupi avrebbe un gran voglia di riparare nella sua casa milanese, (Baggio non è lontana). Alle telefonate che arrivano risponde con un grazie. Ma sono quelle che non arrivano a preoccuparlo. Lo chiamano gli amici, i colleghi di partito. Non chi lo vuole fuori. Anche se in Aula dirà: «Il governo mi difende». E dal Pd Fassina attacca: «Si assuma la sua responsabilità politica».
SOLO PEONES

Finita la prima la contestazione inizia il rodeo. Alle 15 è atteso alla Camera per rispondere al Question Time, interrogazioni che attengono al sistema-Incalzi, documenti di sindacato ispettivo. La scena madre dice già tutto: l’Aula semi-vuota a parte Sel e i grillini che lo aspettano al varco; i banchi democrat deserti, solo peones. C’è Alfano al suo fianco, il ministro Poletti e i due sottosegretari Giacomelli e Toccafondi. Il governo ha già disertato, non si spenderà per Lupi. Il premier Renzi che arriva dopo di lui si tiene a distanza secondo alcuni per evitare una foto ricordo che potrebbe imbarazzarlo. I due si erano incontrati la sera prima e lasciati in modo interlocutorio: «Pensaci bene, Maurizio». «Ci rifletterò, Matteo».
Torniamo a Lupi in pasto ai grillini. Una quindicina di deputati M5S che agitano orologi e scalpitano. Parte il coro: «Di-mi-ssioni! Di-mi-ssio-ni! Dimi-ssioni!». Il ministro non batte ciglio, tamburella nervoso una biro sul tavolo, quasi a tenere il ritmo. Un’ora dopo è al Viminale in un vertice infinito con Alfano e Quaglierello. In serata c’è una mezza idea poi rientrata di andare da Vespa a Porta a Porta. Ma a dire cosa? E domani? E gli altri giorni che verranno? Tutti così?

Il Messaggero