L’Europa studia la internet a due velocità, mentre gli Usa fanno il contrario

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Si prepara un enorme, ulteriore spartiacque nel modo in cui Stati Uniti ed Europa governano l’innovazione tecnologica. Da quanto scrivono Financial Times e Wall Street Journal i Paesi membri dell’Unione europea stanno proponendo una serie di regole che enunciano il valore della “net neutrality”, ma poi finiscono per dare il potere agli operatori di governare il flusso del traffico internet per assicurare che la rete lavori in maniera efficiente.

Questi ultimi potrebbero inoltre fare accordi con aziende o singoli consumatori per avere un accesso più veloce a determinati servizi, con la condizione di non danneggiare il più ampio funzionamento di internet. Si tratta di principi, ma la tutela della net neutrality recentemente decisa dalla Fcc americana impedisce proprio che alcuni servizi possano beneficiare di una rete più prestante in seguito a un pagamento, per evitare l’esistenza di un web fatto di serie A e serie B.
Per gli operatori la proposta elaborata dalla presidenza lettone al Consiglio europeo rappresenta un’opportunità per variare il modello di business in un momento in cui ai forti investimenti richiesti dalla sete di rete di tutto il mondo non corrispondono altrettanti utili.

Una decisione finale da parte della Ue sul pacchetto telecom è atteso quest’anno. Scrive il Financial Times che il parlamento europeo ha deciso di tenere una linea dura su temi come la net neutrality rispetto ai paesi membri.
In un intervento al Mobile World Congress di Barcellona Tom Wheller, capo dell’Fcc americano, ha fatto una decisa difesa della neutralità della rete. La decisione è stata presa dopo lunghe discussioni anche negli Stati Uniti e i grandi operatori hanno già annunciato la volontà di chiedere modifiche. C’è però una differenza: dall’altra parte dell’Oceano si è fatto sentire il peso del potere dei colossi della Silicon Valley su una decisione sulla quale è sceso direttamente in campo il presidente Obama. Sono aziende che rappresentano una buona fetta del Pil americano, e che in Europa faranno più fatica a farsi ascoltare.

Il Sole 24 Ore