Le condizioni di Renzi a Merkel: prima la crescita poi le nomine

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ROMA «Il colpo basso di Tajani finirà nel nulla. La procedura d’infrazione avviata, in modo scorretto da un commissario uscente contro il proprio Paese, non avrà seguito. Noi siamo quelli che pagano i debiti della pubblica amministrazione, non quelli che li ritardano!». Se Matteo Renzi avesse avuto tra le mani Antonio Tajani, quando poco prima di pranzo ha saputo che il commissario italiano all’Industria come suo ultimo atto prima di lasciare Bruxelles, aveva aperto un procedimento contro l’Italia, l’avrebbe volentieri strozzato. Per il premier, la mossa dell’eurodeputato di Forza Italia «è una mossa elettorale a campagna elettorale conclusa». Dunque, «doppiamente strumentale». Tanto più, si racconta nell’entourage di Renzi, «che il presidente Barroso aveva assicurato la sospensione di ogni azione, visto che ormai la Commissione è ampiamente scaduta».
La sua irritazione, Renzi, l’ha manifestata poco dopo con Herman Van Rompuy, il presidente del Consiglio europeo, ricevuto a palazzo Chigi per una colazione di lavoro. E Van Rompuy avrebbe condiviso le perplessità del premier italiano e del sottosegretario all’Europa Sandro Gozi. Dunque, a meno di sorprese, «l’iniziativa di Tajani verrà presto archiviata».
Van Rompuy (anche lui in scadenza) non ha alcun interesse a irritare Renzi. Da quando i leader europei si sono incartati sulla scelta del futuro presidente della Commissione, tocca a lui tentare di sbrogliare la matassa nella disperata ricerca di un’intesa. Così Van Rompuy è sbarcato a Roma per sondare la disponibilità del premier italiano a sostenere il candidato del Ppe, Jean Claude Juncker, sponsorizzato da Angela Merkel. Renzi, che aveva sentito poco prima al telefono il primo ministro britannico David Cameron, il principale e più feroce avversario di Juncker, ha confermato una «disponibilità di massima». Perché Roma ha bisogno di solide relazioni con la Germania, molto più utili di un asse privilegiato con Londra che è fuori da Eurolandia. Perché Renzi ha già avuto rassicurazioni da Juncker sulla sua «convinzione» a sostenere una politica economica improntata alla flessibilità. E perché, risultando decisivo, Renzi spera di incassare «incarichi di prestigio, attenti alla rappresentanza di genere, degni di un Paese con le carte in regola e guidato dal partito che ha preso più voti».
UN SÌ QUASI OBBLIGATO
«Confermare la disponibilità», frenano però a palazzo Chigi, «non vuol dire aver espresso un sì. Prima del via libera a Juncker vogliamo vedere, nero su bianco, il documento strategico per la crescita e l’occupazione che ci ha promesso Van Rompuy. Questa è la nostra conditio sine qua non per sbloccare la scelta del presidente della Commissione». Ma per Renzi, che oggi avrà un colloquio telefonico con la Merkel, a questo punto sarebbe difficile tornare indietro: «Vorrebbe dire tuffarsi in una minoranza di blocco, quella in cui si è ficcato Cameron. In più nomi alternativi a Juncker non ce ne sono», sostiene un’altra fonte diplomatica.
Sulle richieste avanzate da Renzi a Van Rompuy durante il pranzo, sulla contropartita, c’è stretto riserbo. Ma da ciò che trapela, il premier vuole far valere per intero il peso conquistato alle elezioni e punta a «un’Europa a guida italiana». «Tanto più che la presenza di Draghi alla Bce non è un ostacolo, una cosa è la Banca europea, un altro il governo di Bruxelles». Le poltrone inserite tra i “desiderata” di Roma: la presidenza del Consiglio europeo, la guida dell’Eurogruppo o degli Affari economici (il candidati sarebbero il ministro Pier Carlo Padoan o Lorenzo Bini Smaghi), oppure il ruolo di ministro degli esteri dell’Unione per Piero Fassino. E che la partita sia in una fase cruciale, lo dimostra il fatto che Renzi e Van Rompuy si sono salutati senza la consueta conferenza stampa finale.
Da registrare l’apparente irrigidimento della Merkel sul fronte della svolta anti-austerity. Ieri mattina, dopo l’apertura del ministro dell’Economia Sigmar Gabriel (socialista), Angela Merkel ha messo a verbale: «Nel governo tedesco c’è unità sul fatto che il patto di stabilità e crescita non debba essere cambiato. Tutto quello di cui abbiamo bisogno a livello di flessibilità è già contenuto all’interno del Patto». A Roma, dove si lavora appunto per avere maggiore flessibilità in cambio di riforme strutturali, non si spaventano: «Nessuno vuole modificare le regole», dice Gozi, «ma di applicarle in modo più intelligente e flessibile. Approccio finora negato da un’interpretazione del Patto eccessivamente rigida e restrittiva».

IL MESSAGGERO