La strage del Tribunale L’arma era già nel Palazzo

claudio-giardiello

Alla fine, per capire cosa sia accaduto davvero in tribunale la mattina del 9 aprile, nelle ore che precedettero l’inferno scatenato da Claudio Giardiello, bisognerà aspettare che si decida a raccontarlo lui: Giardiello, l’imprenditore fallito che decise di chiudere a revolverate i suoi conti con l’avvocato, il giudice, il socio.

Giardiello sa perfettamente come è entrato, dov’era la pistola, dove i caricatori. E solo lui è in grado di raccontare con quale animo si sia presentato quella mattina, armato di tutto punto: se avesse fatto esperimenti, se fosse sicuro di attraversare i varchi di sicurezza, o se in fondo, più o meno inconsciamente, sperasse di essere fermato.

Ma Giardiello, per ora, non parla: chiuso nel silenzio della sua cella del carcere di Monza, guardato a vista per evitare che si ammazzi. Perché non parli, perché non decida di spiegare al mondo e a se stesso quali percorsi gli abbiano armato la mano, non si sa. E così nel frattempo l’inchiesta va avanti tra mille difficoltà, aggiungendo tasselli nuovi. Ieri il Corriere della sera rivela che Giardiello non passò dall’entrata di via Manara, sguarnita di metal detector, usata solo da avvocati e magistrati; bensì da quella di via San Barnaba, sul retro, aperta al pubblico qualunque, ma dotata di controlli per gli oggetti e le persone. Il metal detector suonò, rivelò qualcosa. Erano le 8,40 del mattino. Uno degli addetti alla sicurezza fece cenno all’uomo di passare comunque.

«Impossibile», si ribellano ieri i vigilantes, «se qualcuno passa con una cintura metallica, il rilevatore manda un segnale modesto, e noi possiamo scegliere di farlo proseguire. Ma se chi entra indossa una pistola scatta il segnale di allarme massimo, ed è da escludere che uno possa proseguire». Eppure le immagini sono nitide. E allora?

L’unica spiegazione possibile, ed è una ipotesi che gli inquirenti stanno vagliando, è quella paradossalmente più semplice. Giardiello entrò disarmato, e il metal detector si limitò a segnalare qualche moneta o un telefonino. La pistola e i due caricatori erano già all’interno del tribunale, imboscati dall’imprenditore nei giorni precedenti, quando – dopo che era stata fissata l’udienza del processo a carico suo e dei suoi ex soci per bancarotta fraudolenta – aveva deciso di vendicarsi nel modo più feroce dei torti veri o immaginari che riteneva di avere subito. Ecco perché Giardiello arrivò in tribunale con tanto anticipo: doveva recuperare l’arma, imboscata in uno qualunque dei diecimila nascondigli che il tribunale offre. Ed ecco perché Giardiello tace: perché se questo è il prequel della strage, la lucida premeditazione del suo delitto, la fredda determinazione dimostrata dal piano, lo avvierebbero senza scampo verso l’ergastolo.

Certo, allo stato è solo un’ipotesi. Ma l’unica, in questo momento, che non presenta angoli di conflitto con quanto sta emergendo. Rimarrebbe da capire quando e come l’uomo avrebbe introdotto pistola e caricatori. Ma superare i controlli con calma, aspettando il momento buono, individuando le situazioni in cui la vigilanza è attenuata, è infinitamente più facile che farlo all’ultimo momento, con il patema di essere respinto. Senza contare che Claudio Giardiello potrebbe essersi appoggiato a un complice, più o meno inconsapevole, affidandogli il pacco da imboscare in un punto convenuto. E la volontà di coprire il complice potrebbe essere un’altra buona spiegazione per il suo ostinato mutismo di oggi.

Il Giornale