La mossa di Renzi: referendum prima delle elezioni politiche

Prime_Minister_Renzi

ROMA Convinto che avrà i sondaggi dalla sua anche al termine del faticoso iter parlamentare, Matteo Renzi si prepara a sfidare il M5S nella battaglia finale: il referendum confermativo sulle riforme istituzionali. Una sfida voluta, visto che la Costituzione non lo prevede se la riforma passa con i due terzi, ma che nei programmi del presidente del Consiglio dovrebbe rappresentare un colpo letale qualora la consultazione venisse calendarizzata a non molta distanza dalle successive elezioni politiche.
MARCIA
La linea dura contro l’ostruzionismo è stata decisa dal premier di prima mattina con il ministro Boschi e il capogruppo del Pd Luigi Zanda. «Ho preso un impegno con i cittadini che il 41% ha confermato e io su questo mi gioco la carriera», ha sostenuto il premier che, forte della sponda del Quirinale, intende far di tutto per evitare che il voto slitti a settembre portandosi dietro una scia di contraccolpi temporali in grado rendere il percorso ancor più in salita. Renzi sa di poter contare sull’inquilino del Colle e quando nella serata di ieri i grillini marciano sul Quirinale e vengono ricevuti in delegazione dal Capo dello Stato, Renzi non trattiene la battuta: «Ma non ne chiedevano l’impeachment?».
Contraddizioni a parte, i referendum è la risposta che il governo dà proprio al presunto golpe denunciato dalle opposizioni, grillini in testa. Una mossa che ha ancora una volta l’obiettivo di cementare l’opinione pubblica che rappresenta per Renzi il principale sponsor delle riforme istituzionali. Tanto più se raggiungono l’obiettivo di tagliare i costi della politica.
CONFINI
D’altra parte il dibattito sulla fine del bicameralismo si è ormai incardinato in una modalità dalla quale Renzi è certo di uscirne comunque vincitore perché il merito sarà suo se il processo andrà in porto; se invece «i sassi» non verranno rimossi la responsabilità del deragliamento verrà attribuita ai «signor ”no”». La battaglia campale a palazzo Madama, che Renzi ha anche un po’ cercato, serve al premier per dimostrare oltre i confini di avere il polso giusto per raddrizzare la barca-Italia e per respingere l’assalto della burocrazia parlamentare che vede come fumo negli occhi il ridimensionamento di una delle due camere. Un’esigenza, quello dello scontro frontale con i «frenatori», particolarmente avvertita dal presidente del Consiglio perché le riforme istituzionali sono «il pin» per far funzionare «il Paese che ha bisogno di fare riforme in fretta» per diventare più efficiente e risollevare le sorti del Pil che quest’anno – osservava ieri lo stesso Renzi – sarà «molto difficile arrivi a più 0,8%». «La riforma del Senato è quindi solo l’antipasto», continua a ripetere Renzi convinto che si tratti solo della «prima tappa di un percorso che prevede la rivoluzione nella pubblica amministrazione, il jobs act e la riforma della giustizia». Esattamente ciò che chiede da tempo Bruxelles e che la nuova Commissione europea tornerà presto ad invocare. La sfida con le opposizioni, grillini e sinistra vendoliana, non prevede pareggio ed è destinata ad avere non poco ricadute sulla trattativa per la legge elettorale e ad avere anche conseguenze nella partita in corso a Bruxelles per i posti da commissario. Un indebolimento in patria rischia infatti di amplificarsi e a Bruxelles c’è chi non aspetta occasioni per prodursi in nuovi sorrisini. 
Al programma del Millegiorni, che intende presentare a settembre, il presidente del Consiglio sta lavorando personalmente. «Stupiremo tutti, specie i gufi. Finirà come per gli 80 euro: tutti dubitano e invece poi…». Mille giorni di governo e mille cose da fare, ma – sembra voler dire Renzi – senza frenatori e i gufi. E, come sa bene Raffaele Fitto, con l’appoggio incondizionato di Silvio Berlusconi.

IL MESSAGGERO