Italia fuori dal Mondiale: Godin, la paura e l’arbitro eliminano gli azzurri

mondiali 2014

Brutta, sporca, cattiva. Italia-Uruguay, da subito, è così come era lecito aspettarsela. Troppo alta la posta in palio, viene in mente quella frase di Fabio Capello, “se volete vedere uno spettacolo, andate al circo”. Tabarez, tra l’altro, sceglie di schierare una Celeste speculare nel modulo all’Italia di Prandelli, che come annunciato fa il figliol prodigo sulla smarrita via del 3-5-2: e allora eccoli, muso contro muso, tibia contro tibia, spazi zero o quasi, spazi ce ne sono solo per continue lotte per il pallone, alcune condite da colpi più o meno proibiti. Ritmi, manco a dirli, bassissimi. E in questo senso buon per noi, non solo per mere questioni di punteggio favorevole, ma anche per situazioni di gioco: grazie al reinnesto di Verratti, rimesso al fianco di Pirlo, l’Italia è decisamente più razionale e sicura nel palleggio, nella gestione della sfera. Non è proprio come nel felice esordio con l’Inghilterra, ma almeno quando riconquistiamo palla arriviamo con discreta facilità nelle metà campo uruguagia: dove, tra traffico difensivo e movimenti sballati della coppia Balotelli-Immobile, si rimane poi regolarmente impantanati. Proprio l’intesa, il rendimento della strana coppia lanciata per disperazione dal c.t. è quella che fa stortare maggiormente la bocca. Mario, che si contunde un ginocchio al primo contrasto, è sceso in campo nella sua versione mister Hyde. I difensori uruguaiani, a cominciare da Godin, non si fanno certo pregare per rifilargli qualche legnata: e lui, puntualmente, va a conquistarsi il cartellino giallo di prammatica per un’entrata scoordinatissima su Pereira. Prandelli somma gli addendi: intesa zero con Immobile, rischio mille di rimanere in dieci. E nell’intervallo, prende la decisione: SuperMario saluta la compagnia, ma quello che colpisce è che il suo ricambio è Parolo. Tradotto, fin dal 46′ è barricatona, una sorta di 3-6-1 che non necessita di ulteriori spiegazioni.

La logica è quella di lasciare in mano il pallino all’Uruguay, capace nella prima parte del match solo di arrivare in qualche modo a Suarez e Cavani e pregare (e in una sola occasione, prima del 45′, le preghiere vanno a buon fine): con palla tornata nei piedi azzurri, a Parolo – che corre da subito come nessuno nemmeno immagina nella banda azzurra – e Verratti, che praticamente viene spostato in una posizione da trequartista puro, il compito di dare una mano allo smarritissimo Ciro Immobile. Eppure, la linea Maginot allestita da Prandelli viene smontata in un amen dai due Rodriguez in campo, nel giro di un minuto. Quello vestito di bianco, sfiora l’1-0 per l’Uruguay al primo uno-due ispirato da Suarez; quello vestito di giallo, con fischietto in bocca, butta fuori Marchisio con un rosso assurdo, ridicolo, estratto per una entrata sicuramente rude, ma di spalla, di corpo. Riecco i fantasmi, questo di nome fa Moreno, troppo facile sentire forte odore di bruciato. A questo punto, la scelta prandelliana è obbligata: 5-3-1, caro Immobile arrangiati e, anzi, vieni indietro a dare una mano pure tu. Comincia una maratona di oltre 25 minuti che nella melassa rovente di Nadal scoraggerebbe persino Filippide: a fare l’eroe ci pensa Buffon, che aveva già dato segnali positivi nel primo tempo. La parata al 67′ su Suarez entra di diritto nelle top 10 della sua carriera, il polso che arriva sulla botta del fuoriclasse del Liverpool, che regge l’impatto. Immobile si lancia in due contropiedi uno contro tutti, si schianta di crampi, così come Verratti: ed è a Cassano e a Thiago Motta che Prandelli decide di affidare la responsabilità non tanto dell’attacco, quanto della gestione intelligente dei palloni buttati fuori dal fortino azzurro. Ma sono considerazioni tattiche che già nell’ultimo quarto d’ora contano zero. Quello che conta, quello che si vede è la tonalità sempre più rossa, il clima da Fight Club dove Suarez e Chiellini si distinguono in particolar modo. E’ Fight Club anche su un calcio d’angolo, minuto 82: c’è solo un giocatore da marcare davvero, si chiama Diego Godin, ha fatto vincere una Liga e una quasi Champions League all’Atletico Madrid, sulla palla che spiove in mezzo all’area si mangia il tenero Darmian, Barzagli, tutti quanti. Colpisce tra testa e spalla, Buffon ha esaurito i miracoli, palla dentro, noi fuori, perché è inutile, tardivo – sebbene generoso – il tentativo di forcing degli azzurri, che vanno a sbattere contro spalle, gambe, piedi, garra, tutti gli spigoli durissimi che l’Uruguay può opporre. Brutta, sporca, cattiva. E alla fine anche amara, amarissima, piena di lacrime. Anche di coccodrillo. Ma ci sarà tempo per parlarne. Adesso, è solo testa bassa e una scaletta di aereo.

TgCom