Iran, vicinissimo l’accordo sul nucleare: progressi nella riunione finale dei 5+1

BUSHEHR, IRAN - AUGUST 21:  This handout image supplied by the IIPA (Iran International Photo Agency) shows a view of the reactor building at the Russian-built Bushehr nuclear power plant as the first fuel is loaded, on August 21, 2010 in Bushehr, southern Iran.  The Russiian built and operated nuclear power station has taken 35 years to build due to a series of sanctions imposed by the United Nations. The move has satisfied International concerns that Iran were intending to produce a nuclear weapon, but the facility's uranium fuel will fall well below the enrichment level needed for weapons-grade uranium. The plant is likely to begin electrictity production in a month. (Photo by IIPA via Getty Images)

Siamo ai passi finali. Lo “storico” accordo tra Teheran e le potenze mondiali sul futuro del programma nucleare iraniano è quasi raggiunto.  Sono stati limati gli ultimi dettagli in una riunione notturna dei 5+1 cui non ha partecipato la delegazione iraniana. C’erano invece Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Cina e Francia: l’obiettivo è mettere a punto un testo che impedisca – per un certo numero di anni – alla Repubblica Islamica di dotarsi dell’atomica, ma che sia allo stesso tempo in grado di essere accettato da Teheran.  L’agenzia semiufficiale iraniana Fars ha annunciato che l’incontro finale tra la
delegazione di Teheran e i cosidetti “5+1, in cui si dovrebbe raggiungere l’intesa definitiva, si terrà alle 10 al quartier generale dell’Aiea a Vienna.

Secondo indiscrezioni, nella bozza messa a punto si prevede l’accesso degli ispettori a tutti i siti sospetti iraniani, compreso quello di Parchin. Sarebbe stato raggiunto un compromesso anche sulla questione dell’embargo sulle armi convenzionali e missili balistici, che Teheran vuole revocato immediatamente. Su questa linea erano anche la Russia e la Cina, tradizionali fornitori di armi all’ Iran, mentre erano contrari gli Usa, che tengono conto anche delle preoccupazioni dei loro alleati nella regione mediorientale, con Israele in prima fila. Anche ieri il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha ribadito tutta la sua contrarietà all’intesa, affermando che “ci siamo impegnati ad impedire all’Iran di dotarsi di armi atomiche e questo impegno è ora valido più che mai”; mentre il suo ministro dell’energia Yuval Steinitz ha affermato che quello che si profila “è un cattivo accordo, pieno di scappatoie”.

Il via libera sembrava arrivato quando ieri alcune fonti hanno affermato che sulla questione dell’embargo sulle armi era stato raggiunto un compromesso, ovvero una revoca progressiva. In particolare, citando quanto detto da una fonte iraniana all’agenzia russa Ria Novosti, l’agenzia iraniana Fars aveva scritto che “l’Iran e le sei potenze mondiali concordano di revocare parzialmente l’embargo sulle armi”, mentre “l’accordo stabilisce che gli iraniani potranno continuare a fornire armi di difesa ai loro alleati nella regione, per combattere il terrorismo e l’estremismo”. Anche il presidente iraniano Hassan Rohani aveva dato l’impressione che ormai fosse fatta, ma poi ha fatto marcia indietro. Su Twitter aveva scritto: “l’accordo sull’Iran è la vittoria della diplomazia e del rispetto reciproco sull’ antiquato modello dell’esclusione e coercizione”. Nel giro di pochi minuti il suo tweet è stato però cancellato, salvo poi essere rilanciato, però con un grande “se” all’inizio.

L’accordo doveva essere concluso entro il 30 giugno, ma poi hanno spostato la scadenza al 7 luglio, e ancora al 10 e poi alla mezzanotte del 13 luglio. E ormai un giorno in più o uno in meno non conta più granché. La vera fretta era di chiudere entro il 7 luglio. In tal modo il Congresso degli Stati Uniti avrebbe avuto solo 30 giorni, e non 60, per valutare l’accordo, ed eventualmente respingerlo. Eventualità tutt’altro che remota, considerate le forti riserve avanzate non solo dai repubblicani, ma anche dai diversi democratici.

LA REPUBBLICA