Il Senato dei Cento sull’immunità FI e governo frenano

Senato

«Proprio non ci interessa, con la Boschi non ne abbiamo mai parlato, non abbiamo mai – dico mai – sollevato il tema dell’immunità per i senatori». Paolo Romani, capogruppo azzurro a Palazzo Madama spegne sul nascere l’incendio che stava divampando. Fiamme altissime, col rischio di mandare a rogo il patto del Nazareno. Nel testo del governo l’immunità parlamentare ai futuri senatori non era prevista. Il ministro Maria Elena Boschi lo ha detto. Se l’è trovato «grazie a un blitz della Lega», su questo non ci piove. Romani lo pensa, lo dice, lo sa. Sa come sono andati i fatti. «Siamo disinteressati al problema, chiedete ai due relatori, a Calderoli e alla Finocchiaro». 
FUORI CONTROLLO

Insomma la responsabilità è del padre del Porcellum. Uno che ormai viaggia in solitario e non risponde più a nessuno, neanche ai desiderata di Salvini. Alla fine però conterà solo il risultato. E cioè che la riforma vada in porto. I veri punti di frizione erano altri. Le funzioni del nuovo Senato, la composizione, l’articolo 117, ovvero la potestà legislativa. Tutto il resto «è fuffa», si lascia intendere: del resto in un Senato derubricato a dopolavoro di sindaci sarebbe irrituale prevedere guarantigie per i suoi componenti. Perciò si andrà avanti. Ma a fari spenti visto che se su molti punti si è ancora distanti anni luce. Forza Italia spinge perché venga «riproporzionalizzata» la rappresentanza regionale, il rapporto tra popolazione e senatori eletti dai consiglieri regionali. E vorrebbe ridiscutere anche il peso del Senato nella nomina dei componenti laici del Csm, del giudici della Consulta e nell’elezione del capo dello Stato. Ma non tutto si può avere e alla fine bisognerà tracciare una linea e chiudere.
Ma l’accordo, dicevamo, tiene. Vanno eliminate le storture e va riempito di contenuti. «Sono in discussione questioni importanti, certo, ma se ci mettiamo tre ore intorno a un tavolo un’intesa la troviamo», si mostra ottimista Paolo Romani. Che in quanto al resto aggiunge: Non entro in una polemica inutile e di bassissimo livello scatenata da M5s, oltretutto l’immunità mi sembra anche impropria, visto che parliamo di Consiglieri regionali e sindaci».
Fuori dal recinto del patto Renzi-Berlusconi tira una brutta aria. Grillini che accusano il Pd di voler fare un assist a Forza Italia; Calderoli che non si accontenta di togliere l’immunità ai futuri senatori e chiede di abolire il salvacondotto anche alla Camera. E non si sa quanto parli a nome suo o a nome del Carroccio; la sinistra togata del Pd che insorge, «decisione grave e preoccupante». Si scopre anche che nel dossier redatto dall’ufficio studi del Senato e depositato in Commissione Affari costituzionali c’era scritto che occorreva «approfondire, anche alla luce del principio di ragionevolezza» l’abrogazione dell’immunità parlamentare«.
LE CREPE

Le crepe ci sono e sono profonde. «Cara Boschi, ma perché fai così? si legge sul blog Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria di palazzo Madama – potresti portare al premier la maggioranza dei due terzi abbondante del Senato accelerando il corso della riforma e invece sguaini lo spadone e obblighi tutti alle quattro letture, e cioè a tirare in lungo fino alla primavera del 2015. Non ti capisco». E ancora: «Hai aumentato le competenze del nuovo Senato. Bene. Ma perché poi ti perdi via e lasci ai relatori Finocchiaro e Calderoli la responsabilità dell’immunità per sindaci e consiglieri regionali?».Molti considerano un errore che a nominare i sindaci siano i consiglieri regionali. Ma c’è anche chi sostiene il contrario. Minzolini (FI) insiste: «Così com’è questa riforma non la voto». Antonio Satta, segretario dell’Unione popolare cristiana parla di una riforma che «mortifica i comuni». La rappresentanza dei sindaci è talmente esigua che è in pratica ininfluente, se si vuole davvero dare importanza alle autonomie locali, il numero dei rappresentanti dei Comuni nella futura assemblea di Palazzo Madama va almeno raddoppiato».
3 LUGLIO IN AULA 

La Conferenza dei capigruppo di palazzo Madama ha indicato nel 3 luglio, la data in cui portare il testo in Aula. Vuol dire che la commissione dovrà lavorare a ritmi serrati per concludere il voto di tutti gli emendamenti in soli sette giorni. Tredici dei 14 dissidenti dem che si erano autosospesi sembrano intanto sempre più intenzionati ad opporsi, così come Mario Mauro e altri due senatori di Pi (Tito Di Maggio e Angela D’Onghia). Se reggerà l’intesa con Fi e Lega non ci saranno problemi. In caso contrario si balla. 

Il Messaggero