Il Papa: «Per la pace ci vuole coraggio, molto più che per la guerra»

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«È nostro dovere far sì che il sacrificio delle vittime della violenza non sia vano, i nostri figli sono stanchi e sfiniti dai conflitti». Papa Francesco invoca da Dio la pace per la Terra Santa, ma accompagna la sua preghiera a un richiamo potente alla responsabilità personale di tutti e in particolare di coloro che hanno il potere di far ripartire il negoziato. È un pomeriggio caldo e assolato, israeliani e palestinesi, rappresentati dai loro due presidenti Shimon Peres e Abu Mazen, sono insieme nel giardino triangolare accanto alla Casina Pio IV in Vaticano. Insieme a pregare per la pace, invitati dal vescovo di Roma, in presenza del Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo. 

La cerimonia breve ma intensa, prevede momenti distinti di preghiera delle fedi ebraica, cristiana e musulmana. Ogni tempo di preghiera è diviso in tre parti: un’espressione di lode a Dio per il dono della creazione, e per aver creato uomini e donne membri di una sola famiglia umana; una richiesta di perdono per i peccati contro Dio e contro il prossimo; un’invocazione a Dio affinché conceda il dono della pace in Terra Santa e renda tutti capaci di essere costruttori di pace. Ogni momento è scandito da un breve intermezzo musicale. 

«Creatore di tutte le cose! – è la preghiera cantata dal rabbino David Rosen – Sia Tua volontà porre fine alla guerra e allo spargimento di sangue nel mondo…  Fa’ che non ci siano divisioni fra i popoli, neppure nel loro cuore. Fa’ che nessuno di noi mai disonori alcuno sulla terra, grande o piccolo, e che davvero possiamo meritare di rispettare il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”». 

L’invocazione della comunità cristiana prende a prestito la «preghiera semplice» di San Francesco e viene pronunciata in arabo: «O Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace: Dove è odio, fa’ ch’io porti l’amore, Dove è offesa, ch’io porti il perdono… Benedici la Terra Santa, affinché da quella Terra benedetta la pace possa giungere fino ai confini del mondo». 

Infine la preghiera musulmana: «Donaci, O Dio, sicurezza, pace, tranquillità e fede, per noi e per la nostra gente, le nostre famiglie… e per tutta l’umanità e per tutte le nazioni, tutte le creature della Tua grande creazione. O Dio, porta la pace nella terra della pace, rimuovi l’ingiustizia dagli oppressi in questa terra, nutri il tuo popolo che ha fame, e proteggilo dalla paura, tienilo lontano dal male e da coloro che commettono il male, dagli aggressori iniqui». 

Papa Francesco è il primo dei tre a prendere la parola. Ringrazia di cuore per la presenza dei due presidenti: «Spero che questo incontro sia l’inizio di un cammino nuovo alla ricerca di ciò che unisce, per superare ciò che divide». E ringrazia il «venerato fratello» Bartolomeo, una presenza che «è un grande dono, un prezioso sostegno». Francesco ricorda che tante persone e in tutto il mondo si sono unite nella preghiera, «appartenenti a diverse culture, patrie, lingue e religioni». 

«Signori Presidenti – dice il Papa – il mondo è un’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, ma è anche un prestito dei nostri figli: figli che sono stanchi e sfiniti dai conflitti e desiderosi di raggiungere l’alba della pace; figli che ci chiedono di abbattere i muri dell’inimicizia e di percorrere la strada del dialogo e della pace perché l’amore e l’amicizia trionfino. Molti, troppi di questi figli sono caduti vittime innocenti della guerra e della violenza, piante strappate nel pieno rigoglio. È nostro dovere far sì che il loro sacrificio non sia vano». 

«Per fare la pace – aggiunge – ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’animo». 

«La storia ci insegna – sottolinea Bergoglio – che le nostre sole forze non bastano. Più di una volta siamo stati vicini alla pace, ma il maligno, con diversi mezzi, è riuscito a impedirla. Per questo siamo qui, perché sappiamo e crediamo che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Non rinunciamo alle nostre responsabilità, ma invochiamo Dio come atto di suprema responsabilità, di fronte alle nostre coscienze e di fronte ai nostri popoli». La spirale dell’odio e della violenza va spezzata «con una sola parola: “fratello”. Ma per dire questa parola dobbiamo alzare tutti lo sguardo al cielo, e riconoscerci figli di un unico Padre». «Apri i nostri occhi e i nostri cuori – è l’invocazione a Dio del Pontefice – e donaci il coraggio di dire: “mai più la guerra!”; “con la guerra tutto è distrutto!”.  E che dal cuore di ogni uomo siano bandite queste parole: divisione, odio, guerra!». 

Il presidente Peres ringrazia Francesco per questo «invito eccezionale». Ricorda che  «la Città Santa di Gerusalemme è il cuore pulsante del popolo ebraico». Riconosce che il Papa durante la visita in Terra Santa «ci ha toccato con il calore del suo cuore, la sincerità delle sue intenzioni, la sua modestia, la sua gentilezza. Lei ha toccato i cuori della gente – indipendentemente dalla sua fede e nazionalità. Lei si è presentato come un costruttore di ponti di fratellanza e di pace. Noi tutti abbiamo bisogno dell’ispirazione che accompagna il suo carattere e il suo cammino». 

«Due popoli – gli israeliani e i palestinesi – desiderano ancora ardentemente la pace – dice il presidente israeliano – Le lacrime delle madri sui loro figli sono ancora incise nei nostri cuori. Noi dobbiamo mettere fine alle grida, alla violenza, al conflitto. Noi tutti abbiamo bisogno di pace. Pace fra eguali». La pace, riconosce Peres, «non viene facilmente. Noi dobbiamo adoperarci con tutte le nostre forze per raggiungerla. Per raggiungerla presto. Anche se ciò richiede sacrifici o compromessi». E anche quando sembra lontana, «noi dobbiamo perseguirla per renderla più vicina». 

«E se noi perseguiamo la pace – conclude – con perseveranza  con fede, noi la raggiungeremo… E noi possiamo – insieme e ora, israeliani e palestinesi – trasformare la nostra nobile visione in una realtà di benessere e prosperità. È in nostro potere portare la pace ai nostri figli. Questo è il nostro dovere, la missione santa dei genitori». 

Infine, Abu Mazen. Anche lui ringrazia il Papa per l’invito e per la recente visita in Terra Santa, «e specificamente nella nostra città santa Gerusalemme e a Betlemme». «O, Dio del cielo e della terra – esclama – accetta la mia preghiera per la realizzazione della verità, della pace e della giustizia nella mia patria la Palestina, nella regione, e nel mondo intero. Ti supplico, o Signore, di rendere il futuro del nostro popolo prospero e promettente, con libertà in uno stato sovrano e indipendente. Concedi, o Signore, alla nostra regione e al suo popolo sicurezza, salvezza e stabilità. Salva la nostra città benedetta Gerusalemme». Il presidente palestinese ricorda le parole di San Giovanni Paolo II: «Se la pace si realizza a Gerusalemme, la pace sarà testimoniata nel mondo intero». E conclude: «Ti chiediamo, Signore, la pace nella Terra Santa, Palestina, e Gerusalemme insieme con il suo popolo. Noi ti chiediamo di rendere la Palestina e Gerusalemme in particolare una terra sicura per tutti i credenti, donaci sicurezza e salvezza, e allevia la sofferenza del mio popolo nella patria e nella diaspora… Noi desideriamo la pace per noi e i nostri vicini». 

Dopo aver piantato un ulivo, insieme, come erano arrivati, Francesco, Peres, Abu Mazen e Bartolomeo lasciano il giardino ed entrano nella Casina Pio IV per un ultimo momento insieme. I raggi del sole illuminano ancora sullo sfondo il Cupolone di San Pietro nelle ultime ore della domenica di Pentecoste, festa dello Spirito Santo che «è armonia» come ama ripetere Bergoglio. Il processo di pace in Terra Santa può ripartire dall’invocazione inerme e sincera degli uomini di pace riuniti nella casa del Papa, se saranno capaci di rispondere responsabilmente alle attese dei loro popoli.

La Stampa