Il Papa: cristiani perseguitati con il nostro silenzio complice

CSI DA PAPA FRANCESCO

CITTÀ DEL VATICANO Luci tremule nella notte romana, mille candele si agitano al venticello, una grande croce sovrasta il Palatino. Il pensiero corre veloce. I nuovi martiri, i testimoni della fede, quelli che sono stati sgozzati dall’Isis su una spiaggia libica, quelli arsi vivi in Nigeria e in Pakistan, quelli massacrati due giorni fa in Kenya, a Garissa. «Un atto di insensata brutalità». Francesco inginocchiato prega per la conversione dei cuori di coloro che hanno assassinato gli studenti kenyoti.
Al Colosseo viene rappresentata la passione di Cristo, la Via Crucis. Alla seconda stazione, quella dell’episodio in cui Gesù sopporta sputi e offese, e viene spogliato della porpora per indossare gli stracci della crocefissione, un giovane siriano, Wael Salibe, testimone dell’uccisione di un sacerdote olandese ad Homs, si ritaglia il ruolo di Cireneo. Il gesuita padre Frans van der Lugt si era rifiutato di lasciare la sua gente, pagando con il sacrificio estremo. La croce di legno passa di mano in mano, ma non in quelle di papa Francesco apparso stanco. Se la caricano due nigeriani e poi ancora due egiziani. Stazione, dopo stazione, i portatori si alternano, subentra anche una famiglia numerosa, poi i francescani della Terra Santa e alcune suore latino-americane. Le difficoltà sono ovunque, essere cristiani non è facile. Così come non è semplice intravedere all’orizzonte una nuova luce di «fratellanza, giustizia e pace».
Bergoglio, durante il rito, usa parola severe: «La sete del tuo padre misericordioso che in te ha voluto abbracciare, perdonare e salvare tutta l’umanità ci fa pensare alla sete dei nostri fratelli perseguitati, decapitati e crocifissi per a loro fede in te, sotto i nostri occhi o spesso con il nostro silenzio complice». Ma invita anche a sperare, in fondo il cristianesimo è un viaggio più grande, attraversato dalla misericordia e dalla potenza di Dio. «La Croce di Cristo non è una sconfitta: è amore e misericordia».
Le meditazioni sono state scritte da un vescovo, Corti: «Pure in questi giorni vi sono uomini e donne che vengono imprigionati, condannati, trucidati perché credenti o impegnati a favore della giustizia e della pace. Essi non si vergognano della croce. Sono per noi mirabili esempi da imitare». Un nome tra tutti viene scandito nel buio. Shahbaz Bhatti, il ministro pachistano, figlio di missionari cattolici, impegnato a difendere il diritto alla libertà religiosa. Nel 2011 è stato ucciso da un commando armato. Era diventato troppo scomodo. Nel testamento spirituale sembra anticipare un destino tragico: «Mi considererei privilegiato qualora Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita». Il rosso del sangue versato accomuna destini incrociati. In Africa, in Medio Oriente, in Asia.
PILATO
Nel pomeriggio, alla celebrazione a San Pietro, il predicatore della Casa Pontificia ha fatto sue, citandole, le riflessioni di Ernesto Galli della Loggia. L’indifferenza dell’Occidente davanti all’avanzata dell’odio anti cristiano trova ragione nel fatto che si comincia ad avere paura dell’Islam. «Rischiamo di essere tutti, istituzioni e persone del mondo occidentale, dei Pilato che si lavano le mani. A noi credenti, però in questo giorno non è consentito fare alcuna denuncia. Tradiremmo il mistero che stiamo celebrando. Gesú morì gridando: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». E poi, conclude Cantalamessa, «i veri martiri non muoiono con i pugni chiusi, ma con le mani giunte».

IL MESSAGGERO